Storie di immigrazione a Torino e Milano dal dopoguerra agli anni Settanta

di Matteo Kogoj

Nel periodo fra le due guerre, anche come conseguenza delle restrizioni poste all’emigrazione all’estero, le migrazioni interne avevano subito un costante incremento, pur ostacolate dalla legge del 1931 sulle migrazioni, sulla colonizzazione interna e da quella denominata “Provvedimenti contro l’urbanesimo”. Questi interventi impedivano il cambiamento di residenza in mancanza di un contratto di lavoro, ma prevedevano anche che quest’ultimo, in assenza di residenza, non venisse offerto: l’obiettivo di tale circolo vizioso era che ciascuno rimanesse dove era nato. Tale disposizioni vennero definite da Luigi Einaudi nel 1951 come pratiche di domicilio coatto e di ripristino della servitù della gleba.

Scrivono Audenino e Tirabassi:

“Aggirando la legge tuttavia, importanti flussi migratori avevano già preso la direzione del Piemonte e della Lombardia, soprattutto dalle regioni nord-orientali e dalla Puglia, indicando le direttrici che sarebbero state prevalenti nell’Italia del secondo dopoguerra. Il numero di trasferimenti all’anno, che aveva raggiunto il milione tra il 1927 e il 1929, crebbe incessantemente negli anni successivi fino a raggiungere un milione e mezzo nel 1937, con un incremento del 150% in quindici anni”  (2008).

A Milano fin dagli anni Venti era esplosa la piaga delle baracche, costruzioni di fortuna sorte lungo varie strade periferiche dove si ammucchiavano migliaia di nuovi arrivati.

A Torino, già nel 1925, la FIAT  aveva fatto arrivare quasi 6.000 operai prevalentemente dal Meridione, mentre altri 7.000 dal Veneto e dalla Puglia, venivano reclutati dalla stabilimento Snia-Viscosa di Venaria Reale, raddoppiando la popolazione del comune. Giunti in città, i nuovi immigrati intraprendevano percorsi, che li portavano da un quartiere all’altro, guidati dalla ricerca di lavoro e dalle successive tappe di integrazione nel tessuto urbano. Un’ultima porzione di trasferimenti in direzione contraria venne stimolata dalle bonifiche pontine, nelle località sarde di Fertilia e di Arborea (già Mussolinia), coinvolgendo quasi 100.000 persone, in partenza per lo più da alcune province del Veneto e dal Ferrarese, come conseguenza dell’attuazione della politica rurale e demografica del regime fascista.

Durante gli anni Cinquanta, la forte ripresa dell’esodo verso l’estero non impedì i numerosi spostamenti interni, che subirono un incremento analogo, riproponendo i percorsi attivati nei decenni precedenti: dalle campagne verso i centri urbani, dalle regioni del Nordest verso le aree più industrializzate del Nordovest e dal Meridione verso il Settentrione. Dal Sud a partire non furono inizialmente i contadini senza terra, bensì gli esponenti della piccola proprietà agricola, dell’artigianato e della borghesia. Nelle regioni che diedero il contributo maggiore all’immigrazione e che sperimentarono i fenomeni più vistosi di spopolamento, come la Calabria, le prime partenze si registrarono prevalentemente dalle aree di piccola proprietà e non da quelle del latifondo. Nelle aree dove quest’ultimo era prevalente infatti, già ai tempi della grande migrazione, la miseria troppo acuta, che non consentiva di accedere a quella soglia minima di risorse per sostenere le spese del viaggio, la debolezza dei rapporti familiari, la scarsa propensione all’assunzione dei rischi legati alla partenza e, in modo speculare, la tenacia dei legami sociali costituivano altrettanti freni alla partenza. L’emigrazione significava investimento, quindi era necessario avere qualcosa da investire e su cui investire, in denaro, terra e reputazione. Risulta evidente, che per le classi più agiate, l’esodo dei giovani verso le città diede maggiori opportunità di accedere alle carriere amministrative e all’esercizio delle professioni. Una risorsa fondamentale, dunque, era rappresentata dalla parentela. Infatti le famiglie meglio ramificate, disponevano di risorse migratorie maggiori dislocando i propri membri nel capoluogo regionale, nella capitale e nelle città del Nord, promuovendo differenti canali di richiamo. Con un ruolo di pioniere, la piccola borghesia rurale rappresentò una delle protagoniste della grande migrazione interna che ebbe luogo fra la metà degli anni Cinquanta e la metà degli anni Settanta.

La richiesta di manodopera proveniente dalle grandi aziende dell’asse Milano-Torino, mise in moto una fervente ed inarrestabile sequenza di partenze. Si ricorda che, mentre quelle verso la Germania e la Svizzera erano perlopiù temporanee, è ormai appurato che quelle in direzione del Settentrione furono soprattutto definitive. La distribuzione demografica del paese subì, come conseguenza, la più significativa trasformazione della sua storia. Durante il periodo che tra il 1955 e il 1971 oltre 9 milioni di italiani lasciarono la loro regione di origine per trasferirsi altrove. Nei cinque anni del “miracolo economico italiano”, dal 1958 al 1963, oltre 900.000 persone abbandonarono le regioni del Mezzogiorno. Nel solo 1958 i comuni del cosiddetto triangolo industriale acquisirono 69.000 residenti provenienti dal Meridione, ma quando, nel 1961, venne abrogata la legge contro l’emigrazione, i nuovi residenti divennero oltre 200.000. I due fenomeni concomitanti – l’abbandono delle campagne e l’esodo dal Sud e dal Nordest verso il Nordovest – contribuirono all’esplosione demografica dei grandi capoluoghi della Lombardia e del Piemonte. Milano passò da 1.274.245 abitanti del 1951 a 1 681.045  del 1967, alla stregua Torino passò da 719.300 abitanti a 1.124.714, mentre i comuni della cosiddetta cintura incrementavano dell’80% la loro popolazione. L’ondata migratoria investì Torino negli anni tra il 1959 e il 1962 con 64.745 persone nel 1960, 84.426 nel 1961 e 79.743 nel 1962. La presenza degli immigrati meridionali divenne prevalente soltanto a partire dal 1962, infatti, solo allora sopravanzarono coloro che provenivano dalle aree dello stesso Piemonte o dalle aree di più antica emigrazione settentrionale: contro il 45,2% di quanti provenivano dal Sud e dalle isole, i piemontesi erano il 27,5%, mentre il 16,3% era costituito da coloro che giungevano dalle altre regioni settentrionali.

Quali settori occupazionali attirava questa imponente massa di persone che abbandonava le campagne e il Meridione per raggiungere Milano e Torino?

Nel caso di Torino l’incremento esponenziale degli arrivi fu prodotto non esclusivamente dalle progettualità individuali, bensì da strategie aziendali perseguite dalla FIAT. L’azienda decise di realizzare una forte centralizzazione produttiva nel capoluogo piemontese. Incuranti delle conseguenze sociali della grande immigrazione operaia, con tale scelta i vertici aziendali della casa automobilistica cercarono di garantire alcuni vantaggi per l’impresa, come l’eccedente offerta di forza lavoro, che potesse assicurare la discrezionalità nella scelta della manodopera, con la conseguente possibilità di contenere i salari. Queste strategie produttive e occupazionali, adottate dall’azienda, scaturirono in una valanga di nuovi arrivi. Le condizioni in cui riversavano gli immigrati, troppo spesso, erano di estrema precarietà e miseria.

Il presidente Valletta, negli anni cinquanta, raccomandava di assumere gli immigrati solo dopo un periodo di anticamera nelle occupazioni instabili, nell’edilizia o nelle piccole imprese artigiane, la cui durata si aggirava mediamente intorno ai due anni.

Questo iter lavorativo viene illustrato nel film di Gianni Amelio Così ridevano (1998), un poema interiore e personale sull’immigrazione italiana come perdita dell’innocenza per un’intera nazione, articolato nell’arco di sei anni (dal 1958 al 1964) e suddiviso in altrettanti capitoli (Arrivi, Inganni, Soldi, Lettere, Sangue, Famiglie).

Sulla stessa linea, anche a Milano, pur nella maggiore diversificazione produttiva, l’accesso in fabbrica avveniva dopo un analogo “apprendistato” alla grande città e al mondo industriale. Nel 1956 si calcolava che circa il 30% di immigrati, non avendo trovato immediatamente un’occupazione, si arrangiasse con gli espedienti soliti dei poveri senza lavoro, troppo spesso al confine con l’illecito. Gli enti di assistenza cittadini, che erano in grado di garantire, nei cinque dormitori pubblici della città, fino a 5.000 posti letto, venivano per lo più occupati dagli immigrati.

Gli ultimi arrivati trovavano il primo lavoro nei cantieri edili, che presentavano il vantaggio di funzionare talvolta anche da alloggi di fortuna. Nelle cantine delle case in costruzione gli uomini soli trovavano rifugio per la notte e si cucinavano la cena su fornelletti a spirito.

Per assicurare i lavoro nei cantieri e nelle piccole fabbriche si diffusero le cooperative, organizzazioni di caporalato, sul modello di quelle che gestivano il lavoro dei braccianti meridionali, adattate alle esigenze della società industriale. Gli organizzatori subappaltavano parti di costruzioni o fornivano manodopera alle piccole fabbriche in cambio di quote di iscrizione, in sostanza delle tangenti, incassando il salario e trattenendone una parte consistente fino a quando nel 1960 tale sistema di mediazione venne denunciato e posto fuori legge. Oltre ai cantieri e alle fabbriche la città in espansione offriva molteplici opportunità di lavoro nel commercio e nella ristorazione chiedendo incessantemente camerieri, baristi, fattorini e personale di pulizia negli innumerevoli esercizi pubblici. Nel corso degli anni Cinquanta furono ancora le tradizionali mansioni nel servizio domestico a incentivare alla partenza le donne, soprattutto da quella zona delle Alpi e dell’Appennino, ma anche della Sardegna da cui gli uomini partivano per le miniere del Belgio e della Francia. Le giovani prendevano la strada delle città: all’inizio del decennio dalla sola area dell’Appennino tosco-emiliano un’inchiesta parlamentare sulla disoccupazione stimava circa 10.000 emigranti, destinate ad alimentare la richiesta di cameriere, balie e domestiche delle famiglie milanesi. Esso rappresentava la continuazione di un lavoro che si riproponeva, generazione dopo generazione, in cui le nipoti prendevano il posto delle madri e delle nonne, anch’esse andate a servizio appena adolescenti. Nel decennio successivo l’occupazione di fabbrica si sostituì al lavoro domestico in modo generalizzato anche per le immigrate del Meridione, che non erano disponibili al lavoro domestico, considerato rischioso per l’onore. Nonostante le difficoltà e l’isolamento iniziale, il lavoro industriale rappresentò per le donne, in misura maggiore che per gli uomini, un importante elemento di emancipazione che permetteva alle giovani di sottrarsi al controllo severissimo delle famiglie, rendendole anche padrone di almeno una parte del proprio salario.

Prima che le città potessero adeguarsi alle nuove presenze con un’offerta di alloggi e servizi sufficienti passarono diversi anni, durante i quali le condizioni quotidiane di vita della popolazione immigrata furono messe tragicamente in rilievo, assieme alla difficile convivenza con la popolazione cittadina e ai numerosi episodi di discriminazione antimeridionale, dalle inchieste, dalla stampa e da altri numerosi osservatori. Alcune indagini svolte all’epoca evidenziarono quanto i pregiudizi dei settentrionali, che non accoglievano gli immigrati nei circoli operai e nelle cooperative, non impedissero il loro sfruttamento. Questo fioriva nel vasto mercato del lavoro nero a Milano in attesa dei nuovi arrivati già nella stazione centrale e poi nelle pensioni gestite da parenti e compaesani e infine nelle cosiddette “coree”, caseggiati di fortuna dove si affollavano i nuovi residenti. Si dimostrò che questo lavoro contribuiva a gonfiare i profitti delle industrie, che scaricavano sui comuni le spese dell’accoglienza e come il panorama urbano dell’area milanese, ma anche torinese, fosse divenuto un informe agglomerato di fabbriche e case. Il senso di sradicamento di una popolazione che via via di dimenticava la propria cultura di origine, ma che era ancora estranea a quella della città, in questo modo si aggravava. Allo stesso tempo si indagava sulle speranze e sulle aspettative dei nuovi arrivati: dalla consapevolezza di essere indispensabili, all’aspirazione a vedere riconosciuto il proprio lavoro, all’apprezzamento per una società industriale che garantiva più libertà e anonimato, unita tuttavia alla rassegnazione per una posizione sociale difficilmente modificabile. Nel 1960 esce nelle sale cinematografiche Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti. Il film mette a confronto una storia di miseria meridionale con la civiltà industriale del Nord, vista nei suoi due aspetti più forti: fabbrica e coscienza proletaria per alcuni, marginalità e autodistruzione per altri. Il regista milanese racconta la sua città con gli occhi degli emigrati (gelida, ostile, restringente) e ne fa il teatro di passioni irrefrenabili e ancestrali, portando sullo schermo un tema ricorrente della sua cinematografia, ovvero la deflagrazione dell’istituzione familiare. Milano nelle testimonianze raccolte da Giorgio Bocca, appariva nelle parole degli immigrati come “un’America dei poveri”, dove “i nostri umili pionieri vogliono prima il lavoro, poi la sicurezza, poi l’eguaglianza” (1963 cit. Audenino e Tirabassi: 151).

Di fronte all’imponenza del fenomeno, un confronto piuttosto aspro si verificò tra economisti, politici e amministratori di diverse convinzioni ideali a proposito non solo delle politiche migratorie da adottare, ma appunto della loro combinazione con le strategie di sviluppo del Meridione. Politica economica e politica demografica convergevano nel tentativo di dare una risposta agli irrisolti problemi del dualismo territoriale italiano; tale dibattito investiva infatti l’opportunità di incoraggiare la mobilità della popolazione in generale e l’esodo del Sud in particolare. Anticipando di anni una revisione di molti luoghi comuni sull’esodo meridionale che gli storici avrebbero intrapreso solo nel corso  degli anni Ottanta, alcuni studiosi associarono le pratiche migratorie non solo ai noti fenomeni di disgregazione degli assetti rurali arcaici e di rottura dell’economia arretrata del Meridione. Esercitava un ruolo importante anche quella della mobilità delle classi dirigenti alla ricerca di migliori opportunità nella società urbana che a lungo è rimasta offuscata da un’interpretazione prevalentemente pauperista delle spinte della partenza.

Bibliografia

Audenino Patrizia e Tirabassi Maddalena (2008), Migrazioni italiane. Storia e storie dall’Ancien régime a oggi, Bruno Mondadori, Milano.

Bevilacqua Piero, Andreina De Clementi e Emilio Franzina (2001), Storia dell’emigrazione italiana. Partenze, Donzelli editore, Roma.

Bevilacqua Piero, Andreina De Clementi e Emilio Franzina (2002), Storia dell’emigrazione italiana. Arrivi, Donzelli editore, Roma.

MAGISTERMATTE

Ho avuto una vita rocambolesca, è impossibile descriverla in poche righe. Fin da quando ero bambino il mio temperamento irriflessivo mi ha causato un sacco di guai. Ero refrattario alle regole e mi rendevo protagonista di gesti sostanzialmente irragionevoli, dettati perlopiù dalla mia innaturata sconsideratezza. Nel baillame degli anni a venire mi avvicinavo sempre più a quel mondo di gente sconclusionata, uno strambo campionario di tossicomani della peggior risma, ubriaconi puzzolenti, artisti squattrinati, geni incompresi, avvocati deliranti, psicopatici, studenti ripetenti, cialtroni. Sono caduto per la via annusando da vicino e toccando con mano i sotterranei dell’esistenza. Guardare le cose dal fondo, da ultimo, con leggerezza, può riservare sorprese. Mi sono rialzato. Desideravo da molto tempo avere uno spazio dove esprimermi e dare libero sfogo alla mia spiccata e incontenibile curiosità verso le cose della vita. Di seguito trovate le mie impressioni. Chiunque ritiene di avere bisogno, anche solo parzialmente, di questa mia misera produzione intellettuale può saccheggiare liberamente con il mio consenso. Scrivo per soddisfare essenzialmente un piacere personale, poiché mi fa sentire sereno, in pace.