STORIE DI MIGRANTI PIEMONTESI E LOMBARDI DAL MEDIOEVO ALLA “GRANDE MIGRAZIONE”

di Matteo Kogoj

La storia dell’emigrazione italiana si staglia attraverso un periodo piuttosto lungo. Con certezza si può asserire che essa sia iniziata in età precedente alla grande migrazione di fine Ottocento e anche all’unificazione politica del paese. Per disegnare i percorsi e i protagonisti delle migrazioni italiane occorre risalire spesso alla mobilità mercantile e artigianale, a quella girovaga dell’epoca moderna e anche medievale. Esiste invece un’incertezza cronologica circa una data d’inizio, a cui comunemente si adottano scansioni temporali che, pur considerando gli ambienti politici ed economici nei quali si sono collocati i fenomeni migratori, tengono conto delle cesure, degli aspetti di continuità e delle innovazioni nei confronti della mobilità della popolazione. Queste cesure, aspetti e innovazioni sono il risultato di processi solo in parte e non sempre direttamente riconducibili alle storie politiche nazionali.

Nella storia dell’Italia unita si distinguono di base tre momenti principali: quello che va dall’età liberale fino alla prima guerra mondiale, che coincise con la grande migrazione di fine Ottocento, quello fra le due guerre e un’ultima fase, dalla seconda metà del Novecento fino alla metà degli anni Settanta, un momento che vede il ciclo dell’esodo dalla penisola cedere il passo a una prevalenza degli arrivi sulle partenze. Bisogna tenere conto non solo dei movimenti migratori esterni alla penisola o transoceanici, ma anche di quelli interni, a causa della secolare frammentazione politica e territoriale dell’Italia.

A partire dal Rinascimento le stesse città italiane costituirono dei potentissimi magneti di attrazione: la costruzione di Firenze fu il risultato del lavoro di artisti e artigiani soprattutto provenienti da alcune aree delle Alpi piemontesi e lombarde, i cui abitanti si erano specializzati nei lavori dell’edilizia.

Va ricordato che molti spostamenti in alcune epoche registrati come episodi di mobilità interna divennero successivamente emigrazione all’estero. A titolo di esempio basti ricordare le migrazioni stagionali dei contadini e dei montanari piemontesi verso le località dell’entroterra di Nizza, parte del Regno di Sardegna fino al 1859 ma divenute francesi dopo quella data, né va dimenticato che quanti, in partenza dalla Lombardia o dal Piemonte, si dirigevano a lavorare a Firenze, nel Regno delle Due Sicilie o a Roma attraversavano molte frontiere e furono emigranti all’estero nel primo caso fino al 1859, nel secondo fino al 1860, nel terzo fino al 1870.

La secolare presenza fuori dai confini della penisola, di comunità di lingua italiana si sono sedimentate talvolta fin dall’età medievale o a seguito dell’espansione artistica rinascimentale. Insediamenti mercantili a Londra e a Parigi davano rispettivamente il nome a Lombard Street e a Rue de Lombards.

Da queste prime indicazioni emerge come commercianti, artigiani e addetti all’edilizia siano state le categorie più rappresentate nelle migrazioni, oltre naturalmente ai numerosi contingenti di lavoratori agricoli stagionali di ambo i sessi che si spostavano fra le diverse aree territoriali italiane, e alle donne delle campagne che trovavano nelle città lavoro nel servizio domestico come lavandaie e come balie.

Tuttavia a partire non erano soltanto artigiani, giacché sulle strade si trovavano numerosi mendicanti che talvolta esercitavano la questua come mestiere stagionale, non meno redditizio di altre attività. Per incrementare le potenzialità, alcuni gruppi ricorrevano anche a sistemi ingegnosi come i sadajres, originari della Valle Varaita, nel cuneese, che sulla base di una transitoria presenza della Chiesa riformata nel Seicento, continuarono per tutto il Settecento e anche nel secolo successivo a incamminarsi verso Francia e Spagna, dedicandosi all’accattonaggio muniti di certificazioni, perlopiù false, di riconversione al cattolicesimo, destinate a facilitare la volontà di soccorso dei buoni cattolici. Per più di un secolo e mezzo fu  impossibile debellare questo traffico, solo apparentemente cencioso.

Le città, come è già stato menzionato in precedenza, rappresentarono per secoli le destinazioni privilegiate. Nella Palermo del XVII secolo si era trasferita una numerosa colonia di lombardi, attratti dalla vivacità dell’economia siciliana. Vi si erano insediati titolari di imprese commerciali per il traffico di frumento, dello zucchero e di panni, e molti artigiani legati al settore tessile: filatori, tintori, tessitori. Il gruppo più numeroso era distribuito fra via dei Lombardi, accanto alla comunità dei genovesi, e le vie intitolate a San Carlo, nella zona della chiesa eretta in onore del santo Borromeo. Esso controllava il monopolio della vendita di vino, olio e carbone. Commercio, gestione di taverne e di rivendite di vino, importazione di marmi e conduzione di forni e panifici sarebbero rimasti i principali settori del mercato del lavoro palermitano dove saranno presenti gli immigrati della Lombardia ancora nel secolo successivo. Dalle stesse località circostanti il lago di Como, altri gruppi, portatori di differenti competenze artigianali avevano come destinazioni preferite le città tedesche, quelle venete e Torino.

Nella Roma del Seicento l’esercizio dei mestieri corrispondeva a specializzazioni territoriali, per cui i liutai erano tedeschi, i pasticcieri dalla Lorena, ma gli osti provenivano in maggioranza dal milanese, così come i fruttaroli, mentre i macellai da Norcia o dal Vercellese. L’associazione dei garzoni dei fruttaroli era inoltre aggregata alla chiesa di San Carlo al Corso, che era quella della comunità lombarda di Roma. Nel Settecento a Venezia i fabbri giungevano dalla Valsassina, i tessitori arrivavano dal bergamasco, a Genova il facchinaggio era controllato sempre dai bergamaschi, mentre a Mantova gli stessi lavori venivano svolti da trentini, giunti dalla Val Rendena e dalla Val di Sole.

Nel Settecento le città italiane che superavano i 100.000 abitanti erano soltanto Roma, Milano, Venezia, Napoli e Palermo, dove tra gli immigrati, le donne erano di sovente più numerose degli uomini grazie soprattutto al loro importante contributo per il servizio domestico. All’inizio dell’Ottocento, ancora, i gruppi migranti contribuivano a occupare vasti settori del mercato del lavoro delle città. Dal censimento napoleonico del 1811 sappiamo che a Roma le imprese commerciali per il traffico del grano venivano gestite soprattutto da comaschi, mentre gli assistenti dei macellai dal vercellese.

Gli artigiani provenienti dal comasco e dal ticinese avevano contribuito in modo determinante alla composizione della manodopera al lavoro nei cantieri della Firenze rinascimentale, ma anche della Roma dei papi, dove grandi architetti come Borromini e Maderno avevano reso famose le tradizioni artigiane di quell’angolo compreso tra la Lombardia e il Ticinese. Ancora nel Seicento a Milano, come a Torino, muratori e capimastri provenivano da quella fascia delle Alpi centrali che dal Biellese, attraverso le vallate circostanti il lago Maggiore, arrivava fino al Comasco.  Capimastri biellesi erano attivi nella realizzazione del duomo di Milano, mentre ingegneri, architetti, stuccatori e scultori comaschi e ticinesi erano all’opera a Torino.

Grazie alla raccolta relativa alla documentazione prodotta dalle comunità di montagna oggi disponiamo di molte informazioni tanto sulle modalità di esercizio e di trasmissione dei saperi artigiani, quanto sui meccanismi di funzionamento delle società di partenza. Registri di popolazione, censimenti, registrazioni di matrimoni e nascite, visite vescovili, testamenti e altri atti notarili, epistolari e diari – utilizzati per esempio in modo sistematico nel Biellese, nella Valsesia, nel Comasco – hanno prodotto una fonte rilevante di informazioni sulle comunità all’origine di importanti flussi migratori di mestiere.

Gli emigranti in partenza dai paesi di montagna delle Alpi erano pressoché esclusivamente di sesso maschile. Le partenze degli uomini avevano come primo effetto una generalizzata femminilizzazione dell’agricoltura, ma anche dell’allevamento e di altre attività, come il trasporto delle merci. Nella Valsassina, nel lecchese, si è appurato come fossero le donne responsabili del trasporto del ferro dal monte al lago, mentre in una valle vicina i loro cesti si riempivano di carbone. In Valle d’Andorno, in Piemonte, oltre ad analoghi compiti di trasporto, è documentata la presenza di donne nei cantieri edili locali già alla fine dell’Ottocento. Le assenze maschili si riflettevano anche in un’organizzazione sociale in cui le donne assumevano vasti compiti di supplenza, evidenti nella loro assidua presenza nelle transazioni immobiliari e finanziarie, nelle cerimonie pubbliche oltre che private, e perfino in ruoli istituzionali, senza ovviamente contare la gestione delle risorse finanziarie della famiglia e delle reti di credito.

La crisi dell’industria tessile casalinga, insidiata a partire della seconda metà dell’Ottocento dalla concorrenza della manifattura determinò un’importante trasformazione. Il processo di proletarizzazione dei tessitori da un lato mise in moto nuove correnti migratorie alimentate da coloro che cercavano di mantenere la connotazione artigianale del proprio lavoro, e ciò avvenne in termini simili sia nel Comasco che nel Biellese. In quest’ultimo territorio si verififcò nel corso dell’Ottocento un fenomeno di abbandono della tessitura casalinga, in favore dell’apprendimento di specializzazioni artigianali nel campo dell’edilizia, viatico all’emigrazione stagionale. Tipica di tutta l’area compresa fra la Valsesia e il Biellese nelle Alpi occidentali, di quella centrale del lago Maggiore e quello di Como, fino alla Carnia in quelle orientali, l’emigrazione associata ai vari mestieri dell’edilizia si estese soprattutto a partire dall’Età napoleonica.

Gli italiani presenti nelle grandi città europee e americane nei primi anni dell’Ottocento, apparivano agli occhi degli osservatori divisi in due categorie. Da una parte un numero crescente di nuovi arrivati, cenciosi e analfabeti, che esercitavano nelle strade mestieri sovente contigui all’accattonaggio e che sembravano di una razza inferiore (e come tali venivano classificati), dall’altra i professionisti, gli artisti, talvolta i nobili e gli industriali, molto spesso vittime del loro impegno patriottico ,colti e cosmopoliti, anche spesso in difficoltà economiche.

Nel libro “Migrazioni italiane. Storia e storie dall’Ancien régime a oggi”, Patrizia Audenino e Maddalena Tirabassi illustrano la vicenda di Luigi Tinelli, esule lombardo, spesso ricordata a titolo di esempio di una partenza iniziata come esilio e trasformatasi con gli anni in una storia di successo economico e politico negli Stati Uniti:

“Deportato negli Stati Uniti nel 1836, in conseguenza della sua attività cospirativa nella Giovane Italia svolta a Milano, dopo un duro periodo di detenzione e una condanna a morte commutata in ergastolo, Tinelli, avvocato ed erede di una facoltosa famiglia di imprenditori, sperimentò tutte le difficoltà dell’emigrante. L’impatto con una città dove il costo della vita era incomparabilmente più alto che in Europa fu aggravato dalla perdita di tutti i suoi averi nelle turbolenze finanziarie del 1837, dalla rinuncia della moglie e dei figli a raggiungerlo e dalla conseguente rottura del matrimonio. Il sogno di riprendere in America l’attività di industriale della seta venne compromesso dalle difficoltà incontrate nella coltivazione del gelso e nell’allevamento dei bachi, non solo a causa del clima, ma anche dalla mancanza di manodopera addestrata. Anche l’incarico di console americano a Oporto, che rivestì per un decennio, venne revocato nel 1850 per il suo comportamento troppo esposto e partecipe per le cause repubblicane europee. Comandante militare della Garibaldi Guard durante la guerra civile, e successivamente luogotenente colonnello nel 90° battaglione dell’Unione sperò invano di essere nominato da Lincoln  primo ambasciatore degli Stati Uniti in Italia. Non ottenne neppure una pensione di guerra quando, ormai vecchio e malato, ne fece richiesta non riuscendo più a svolgere l’attività di avvocato che gli dava da vivere” (Audenino e Tirabassi, 2008).

L’anno prima di morire nel 1873, scrisse una lettera al fratello in cui dichiarava che nella magnifica repubblica americana se non si era in possesso di denari, di mezzi finanziari, si era destinati a morire da cani.

Nel corso dell’Ottocento l’emigrazione transoceanica si affermò come prima meta migratoria di molti europei. L’esodo di massa si realizzò soprattutto come conseguenza della rivoluzione dei trasporti. La navigazione a vapore, introdotta nel 1860 andò a sostituire quella a vela: dai 44 giorni si passò a 14, con la conseguente riduzione delle traversate. Gli Stati Uniti ricevettero il 70% di queste  migrazioni; si è stimato che tra il 1820 e il 1924 circa 55 milioni di europei siano emigrati negli Stati Uniti. Nei primi tre decenni dell’Ottocento si stabilizzarono circa 50.000 persone. A seguito della fine della guerra civile nel 1865, venne varato lo Homestead Act, che incentivava l’insediamento nei territori dell’Ovest lungo la linea di frontiera. Iniziava così il sogno americano di avere la terra praticamente a titolo gratuito, un sogno destinato a svanire. Infatti negli anni ottanta la frontiera raggiunse i Pacifico e non vi furono più terre libere nel Nuovo Mondo. Usufruirono di queste aree i primi gruppi di emigrati europei: inglesi, tedeschi, scandinavi. I primi italiani giunsero negli Stati Uniti nei decenni successivi, dopo il 1880 e di conseguenza furono esclusi dalla spartizione della terra. L’esodo cominciato da parte dei paesi nord-europei, nei primi anni del Novecento si compose per due terzi di popolazioni originarie dell’Europa meridionale e di quella orientale: greci vittime dell’espansione turca, armeni cattolici, ebrei russi in fuga dai primi pogrom, sudditi dell’impero austro-ungarico e italiani. Primo Levi ha dichiarato che in ogni angolo del mondo si può trovare un napoletano che fa le pizze e un biellese che fa i muri. Ci addentriamo nell’analisi dei dati regionali: suddividendo il periodo compreso fra il 1876 e il 1942 in tre momenti, fino al 1900, dal 1901 al 1915 e da questa data al 1942. Si osserva come nel primo periodo le regioni con il più alto numero di partenze siano state il Veneto, seguito dal Friuli, dal Piemonte e dalla Lombardia. Fra le regioni meridionali solo la Campania eguagliava numericamente l’esodo della Lombardia, con 520 000 espatri. Si sono registrate, quindi, nelle regioni settentrionali il numero maggiore di partenze e da un’analisi più dettagliata sulle province, all’interno di queste regioni le aree più interessate erano quelle di montagna.

Tabella espatri per regioni di provenienza (1876-1915)

REGIONI

1876-1900

1901-1915

Piemonte e Valle d’Aosta

709.076

 831.088

Lombardia

519.100

 823.659

Veneto

940.711

 882.082

Trentino*

Friuli V. G.

847.072

 560.721

Liguria

117.941

 105.215

Emilia

220.745

 469.430

Toscana

290.111

 473.045

Umbria

    8.866

 155.654

Marche

  70.050

 320.107

Lazio

  15.830

 189.125

Abruzzo

109.038

 486.518

Molise

136.355

 171.680

Campania

520.791

 955.188

Puglia

  50.282

 332.615

Basilicata

191.433

 190.260

Calabria

275.926

 603.105

Sicilia

226.449

1.126.500

Sardegna

    8.135

   89.624

Totale                                     5.257.911     8.765.616

Media periodo                         210.316        584.374

* Regione dell’Impero asburgico fino al 1918

Fonte: rielaborazioni su dati ISTAT, Sommario di statistiche storiche italiane, vari anni.

Nel periodo successivo, che con più di otto milioni di espatri segnò il momento di più intensa emigrazione, la Sicilia balzò al primo posto, seguita dalla Campania, ma i posti successivi furono ancora occupati dal Veneto, dal Piemonte e dalla Lombardia. Queste ultime due regioni registrarono il maggior numero di espatri ancora nell’ultimo periodo, seguite dalla Sicilia, dal Veneto, dal Friuli e dalla Campania. Nell’intero arco di tempo considerato, la regione che registra il più alto numero di partenze è stata il Veneto, seguito dal Piemonte e dalla Lombardia; al terzo posto si collocava la Sicilia e al quarto la Campania, seguita dal Friuli. Solo nel secondo dopoguerra, nell’ultima fase dell’esodo, che si accompagnò negli anni del “miracolo economico” al grande trasferimento di popolazione dalle regioni meridionali a quelle settentrionali, l’emigrazione meridionale divenne prevalente, tanto che nella memoria e nella percezione pubblica emigrante e meridionale divennero termini equivalenti.

Nei confronti delle regioni settentrionali è possibile disegnare una mappa di alcune macroregioni migratorie, che travalicano i confini di ciascuna di esse, e quindi possiamo indicare le destinazioni privilegiate e gli spazi sociali costruiti attorno ad esse. La prima macroregione migratoria è quella che accomuna, nelle competenze di mestiere e nei percorsi, una larga area alpina centrale che dal Biellese, attraverso la Valsesia e il Verbano, arriva sino al Ticinese e al Comasco, includendo dunque la parte orientale del Piemonte settentrionale e quella occidentale delle Alpi Lombarde. Quest’area è caratterizzata non solo dal comune esercizio dei mestieri dell’edilizia, ma anche da percorsi comuni, in Italia e nell’Europa del Nord e, a partire dalla metà dell’Ottocento, anche sulle rotte transoceaniche. Essa rappresenta un’area coincidente grosso modo con quella che oggi ha preso il nome di Insubria a cui di recente sono stati attribuiti i caratteri di una e vera propria regione economica e sociale, anche se percorsa da confini statuali oltre che amministrativi. Oltre a quest’area comune con la Lombardia e la Svizzera, in Piemonte sono state identificate altre aree subregionali, contraddistinte da proprie dinamiche migratorie:

quelle delle montagne cuneesi, origine di ininterrotti andirivieni frontalieri, legati perlopiù alla pastorizia e ai lavori agricoli, con le più ricche aree francesi al di là delle Alpi;
quella delle montagne del Canavese, esportatrici di calderai fin dall’Età moderna e nell’Ottocento di minatori, quando sotto la spinta della crisi agraria dalla provincia di Asti si inaugurava la corrente di partenze verso l’Argentina che avrebbe costituito in questo paese la più folta comunità di piemontesi Oltreocenano.

Anche in Lombardia all’area comune con il Piemonte se ne affiancano altre. Bergamaschi e valtellinesi assieme agli emigranti delle confinanti valli dei Prigioni e del Trentino diedero vita alle partenze verso l’Australia già a metà Ottocento e nel nuovissimo continente restarono accomunati nelle istituzioni dell’associazionismo. Una terza rotta migratoria è rappresentata dai mantovani che partirono verso il Brasile, in compagnia di quelli delle province venete confinanti di Verona e Rovigo, che con essi condivisero la sorte dei pionieri della colonizzazione brasiliana. Il Mantovano pagò lo scotto di una trasformazione trentennale che mise alle corde la piccola proprietà, schiacciata dalla grande azienda centralizzata, introdusse la risaia e il lavoro stagionale e, nell’ultimo scorcio del secolo, macchine agricole e concimi chimici. Emblematico è il caso dell’emigrazione dei tessitori di seta messa in moto ripetutamente nell’Ottocento in prevalenza dal Comasco in direzione delle manifatture francesi e statunitensi, dove si incontrò con l’esodo dei tessitori piemontesi. I casi degli edili e dei tessitori mettono in luce l’importanza delle catene migratorie professionali, sovente comuni all’emigrazione piemontese e a quella lombarda. Il caso dei contadini mantovani diretti in Brasile indica, a sua volta, la vicinanza della loro esperienza con quella dei contadini veneti, ma anche trentini, caso più noto di esodo guidato e promosso dai programmi di colonizzazione agricola del grande stato sudamericano. La contiguità territoriale è sempre stata un elemento determinante nella scelta degli itinerari e tale da decretare la prevalenza delle destinazioni in Francia per gli emigranti piemontesi e lombardi ed in Svizzera per questi ultimi, così come nei paesi di lingua tedesca al di là delle Alpi per gli emigranti veneti, friulani e trentini.

La contiguità rappresenta l’elemento principale per cui l’emigrazione dell’Italia settentrionale si è diretta prevalentemente in Europa. Nella storia dell’emigrazione italiana le destinazioni europee sono state a lungo prevalenti e, solo durante il periodo della cosiddetta “grande emigrazione”, le partenze transoceaniche da alcune regioni, soprattutto meridionali, hanno superato quelle dirette verso l’Europa o altri paesi del Mediterraneo. Le scansioni cronologiche della presenza italiana e gli itinerari della sua maggiore o minore integrazione nei vari paesi europei sono anche il risultato delle singole vicende economiche e delle differenti politiche da questi adottate nei confronti dell’Italia sia dell’immigrazione. Fra le destinazioni d’Oltralpe dell’esodo italiano, un ruolo importante è rivestito dalla Francia, che non solo ha assorbito nel tempo circa quattro milioni di immigrati, ma che è stata costantemente la meta privilegiata dell’emigrazione italiana. Alle usuali presenze di contadini e pastori nelle province più prossime al confine e di venditori ambulanti e di altre figure più vicine alla mendicità nei centri urbani si aggiunsero, nella seconda metà dell’Ottocento, gruppi sempre più cospicui di lavoratori stagionali. Nel 1876 il Regno d’Italia iniziò a contare i suoi cittadini all’estero: così si stimarono 163 000 italiani in Francia, che diventarono 240 000 nel 1881 e oltre 300 000 all’inizio del Novecento, fino ad a raggiungere quasi mezzo milione alla vigilia della prima guerra mondiale, costituendo il più numeroso gruppo di stranieri presenti sul suolo della repubblica. La presenza italiana si distribuì perlopiù nelle aree orientali del paese e ciò viene spiegato dall’origine regionale. Il gruppo più numeroso, pari a circa il 30% proveniva dal Piemonte, seguito dalla Toscana con il 20% e dalla Lombardia e dall’Emilia con il 10%, mentre in percentuale lievemente inferiore troviamo quanti arrivavano dal Veneto. Il Piemonte per la contiguità territoriale con il paese transalpino, è la regione da cui partivano le più consolidate catene migratorie con legami diretti rispetto a vari settori del mercato del lavoro.

Gli uomini, in particolare, trovavano lavoro nei cantieri dell’edilizia pubblica e privata, nei porti, e nell’agricoltura, ma soprattutto nei lavori stagionali come la vendemmia. Le donne, oltre che in settori specifici del mercato del lavoro agricolo, come quello della raccolta dei fiori, trovavano occupazione prevalentemente nel servizio domestico sia in famiglia che negli alberghi delle località costiere, nel baliatico e negli opifici tessili del Lionese. Anche schiere di bambini, importati in condizioni di semischiavitù e messe al lavoro nelle famigerate vetrerie della stessa area, erano parte del contingente degli immigrati piemontesi. Il crescere dei settori occupazionali che facevano ricorso alla manodopera italiana si accompagnò a quello dell’opposizione dei lavoratori francesi nei loro confronti e a episodi di xenofobia. Questi si verificarono con maggiore frequenza nel corso degli anni ottanta, quando alla crescita esponenziale della presenza degli italiani si accompagnarono frequenti crisi economiche e la rivalità politica fra i due paesi. Nel giugno del 1881 la violenza antitaliana si protrasse per più giorni a Marsiglia, come conseguenza di una banale rissa fra immigrati in una sequela di violenze che prese il nome di Vespri marsigliesi. L’episodio più grave si manifestò nel 1893 nelle paludi della Camargue quando una rissa fra operai al lavoro nelle saline provocò dapprima la cacciata di tutti gli italiani e successivamente l’assalto alla colonna che partiva, inutilmente scortata dai gendarmi, da parte di tutta la popolazione inferocita: la caccia all’uomo si concluse con una decina di morti, varie decine di feriti e con un incidente internazionale. La memoria di questa mattanza sarebbe rimasta indelebile nel corso degli anni.

Ulteriori violenze si registrarono a seguito dell’assasinio, a Lione, del presidente della repubblica francese Marie François Sadi Carnot nel 1894, ucciso dall’attentatore anarchico lombardo Sante Caserio quando centinaia di abitazioni e di botteghe di immigrati italiani vennero assalite e distrutte.

Fig. 1: Sante Caserio

All’alba del nuovo millennio, ancora, in una località mineraria dell’Isère, nella quale trovavano lavoro come stagionali alcune centinaia di giovani per lo più piemontesi, un banale episodio di insulti da osteria sfociò nell’ennesima caccia all’italiano. I ripetuti episodi di xenofobia non impedirono tuttavia la crescita della presenza italiana in vari settori occupazionali, dalle costruzioni ferroviarie alle miniere fino alla grande industria siderurgica, così come la diffusione di forme di mobilità sociale, legate principalmente al commercio, alla ristorazione e alla piccola impresa edile.

La presenza italiana in Belgio, fino alla prima guerra mondiale, non fu particolarmente consistente, ma presentava già i caratteri che assumerà nei primi decenni del Novecento, composta com’era da due anime, quella politica e quella economica. Agli esuli risorgimentali delle varie fazioni politiche, si aggiunsero,  a fine secolo, i socialisti che solidarizzavano con i progressisti belgi piuttosto che con i connazionali appartenenti alla classe lavoratrice. I lavoratori italiani, poche migliaia fino al primo decennio del Novecento, venivano dalla Toscana, dalla Lombardia, dal Piemonte, ma poi successivamente anche da Campania e Veneto. Nella capitale esercitavano piccoli mestieri: suonatore di organetto, musicista ambulante, figurinaio, cameriere e gelataio e tendevano a spostarsi spesso, mentre nel resto del paese costituivano la manovalanza per i cantieri ferroviari. In Germania, nella seconda metà dell’Ottocento si ebbero flussi di lavoratori stagionali che dal Friuli si recavano in Baviera per lavorare nei laterizi durante la stagione estiva, mentre il numero di connazionali alla vigilia della prima guerra mondiale è stimabile attorno alle 200 000 unità (esclusi gli stagionali) e provenivano perlopiù dal Veneto, attraverso catene migratorie di mestiere e di paese. Nonostante la lunga tradizione di presenze di artisti e di mercanti, rifugiati religiosi e esuli politici, anche in Svizzera fu l’arrivo di decine di migliaia di operai e manovali negli ultimi decenni dell’Ottocento che rese più visibile la presenza italiana, perlopiù proveniente dal Piemonte e dalla Lombardia. Erano soprattutto maschi soli, attratti prevalentemente dai grandi cantieri per la realizzazione dei trafori alpini, prima il Gottardo inaugurato nel 1882 e poi, dal 1898, il Sempione che venne inaugurato nel 1906. La presenza più duratura, però, fu dovuta allo sviluppo dell’edilizia civile che, stagione dopo stagione, richiamò soprattutto nel cantone del Vaud un interrotto flusso di manovali, di artigiani e di muratori provenienti prevalentemente dalla province più vicine del Piemonte e della Lombardia.

Molto più modesta numericamente è stata la corrente migratoria diretta verso la Gran Bretagna, aperta nei primi decenni dell’Ottocento da quei suonatori ambulanti, in gran parte fanciulli, con corredo di scimmie, orsi e topolini che suscitavano l’indignazione degli osservatori sociali di sua Maestà e che a lungo rimasero il gruppo più consistente e visibile degli italiani. Nel 1864 venne intrapresa la più decisa azione pronta a debellare ciò che appariva un penoso fenomeno di degrado sociale, per estirpare una volta per tutte la musica da strada, per denunciare le pessime condizioni abitative del quartiere di Londra dove si concentravano gli italiani e per sanzionare una comunità dove l’uso del coltello appariva troppo facile e diffuso. Questo intervento non impedì la crescita della comunità che passò dai 6.500 individui del 1881 ai 10.000 di dieci anni dopo ai 20.000 del 1901, per raggiungere la quota dei 25.000 alla vigilia della prima guerra mondiale. La crescita numerica ( di cui faceva parte una cospicua rappresentanza piemontese e lombarda), si accompagnò all’abbandono o alla marginalizzazione di antichi mestieri di strada, che vennero via via sostituiti da occupazioni nel commercio, nella ristorazione e nell’industria alberghiera. Gli italiani erano quindi soprattutto garzoni, cuochi, camerieri e la percentuale maschile era ancora predominante, ma le donne, che erano solo il 15% nel 1861, raggiunsero a fine secolo il 30%, attribuendo alla comunità un carattere di maggiore stabilità garantito dalla presenza di molti nuclei famigliari.

Abbiamo già accennato alle migrazioni in Argentina e in Brasile. La presenza italiana in Uruguay è una delle più antiche dell’America latina. Nel 1858 era stata fondata la prima colonia, Colonia Valdensa, allora chimata Colonia Piemontesa. L’emigrazione valdese in Uruguay avvenne parallelamente a quella verso l’Argentina, altra meta della diaspora religiosa. Oggi si stima che in America Latina si trovino circa 15 000 valdesi. Con le lotte risorgimentali arrivarono nel paese anche i rifugiati politici e circa 4 000 garibaldini, molti dei quali si insediarono permanentemente. Piemontesi e liguri, esperti di navigazione fluviale, furono seguiti da campani e calabresi. Nella seconda metà dell’Ottocento, si calcola che la popolazione di Montevideo fosse di origine italiana.

L’emigrazione italiana in Cile andò a insediarsi prevalentemente nelle aree urbane. Numericamente è stata piuttosto modesta: nel 1885 gli italiani censiti erano 7 000, circa 20 000 a fine secolo, e arrivarono a superare i 120 000 solo nel 1907. I momenti di maggiore afflusso migratorio coincisero alle politiche di immigrazione organizzate dal paese. Riguardo alla componente regionale, i liguri hanno costituito più della metà delle immigrazioni italiane, seguiti dai trentini, piemontesi, lombardi.

In Brasile sono giunti circa 4,5 milioni di europei in un arco di tempo che va dal 1821 al 1932; gli italiani dal 1861 all 1990 sono stati oltre un mlione e mezzo. Per quanto riguarda la componente regionale, nel periodo tra il 1876 al 1920, i migranti lombardi rappresentarono la quarta forza per numero di presenze registrate sul territorio brasiliano (105 973 immigrati), dopo veneti, campani e calabresi.

La presenza di italiani in Argentina risale al periodo coloniale. Durante la prima metà dell’Ottocento, l’Argentina costituì un rifugio per molti esiliati che parteciparono ai moti risorgimentali. Il principale porto di partenza era Genova. Gli italiani si dedicarono prevalentemente al commercio e al trasporto degli emigranti. Lombardi e piemontesi compaiono in alcune prime colonie, come Chivilcoy, nella provincia di Buenos Aires, o San Carlos, in quella di Santa Fe, assieme a tedeschi, svizzeri e francesi. Il censimento della popolazione del 1869 mostra come nelle aree rurali della provincia di Santa Fe gli italiani erano il secondo gruppo europeo per importanza dopo gli svizzeri. Nella città di Rosario, il più antico e prestigioso gruppo di commercianti proveniva dal Piemonte.

La grande emigrazione italiana verso gli Stati Uniti venne preceduta, alla metà dell’Ottocento, da centinaia di rifugiati politici in seguito al fallimento delle insurrezioni per l’unificazione nazionale italiana. Tra questi c’era lo stesso Giuseppe Garibaldi. Artigiani, venditori ambulanti, artisti di strada, musicisti, esponenti del mondo letterario e molti altri, portarono i loro talenti in America. Ciononostante, dal censimento statunitense del 1880 risultarono solo 44 230 persone nate in Italia, ma fu proprio a partire da quell’anno che milioni di italiani cominciarono ad approdare negli Stati Uniti: sul totale di emigrati italiani che scelsero mete transoceaniche (circa 9 milioni), 4 milioni preferirono il paese nordamericano. Benché tutte le regioni italiane fossero rappresentate, i quattro quinti circa degli immigrati italiani provenivano dal Mezzogiorno, in particolare dalla Calabria, dalla Campania,  dall’Abruzzo, dal Molise e dalla Sicilia, mentre nondimeno il restante 20% (pari a circa 900 000 unità) proveniva dal Centro e dal Nord Italia.

Bibliografia

Audenino Patrizia e Tirabassi Maddalena (2008), Migrazioni italiane. Storia e storie dall’Ancien régime a oggi, Bruno Mondadori, Milano.

Bevilacqua Piero, Andreina De Clementi e Emilio Franzina (2001), Storia dell’emigrazione italiana. Partenze, Donzelli editore, Roma.

Bevilacqua Piero, Andreina De Clementi e Emilio Franzina (2002), Storia dell’emigrazione italiana. Arrivi, Donzelli editore, Roma.

MAGISTERMATTE

Ho avuto una vita rocambolesca, è impossibile descriverla in poche righe. Fin da quando ero bambino il mio temperamento irriflessivo mi ha causato un sacco di guai. Ero refrattario alle regole e mi rendevo protagonista di gesti sostanzialmente irragionevoli, dettati perlopiù dalla mia innaturata sconsideratezza. Nel baillame degli anni a venire mi avvicinavo sempre più a quel mondo di gente sconclusionata, uno strambo campionario di tossicomani della peggior risma, ubriaconi puzzolenti, artisti squattrinati, geni incompresi, avvocati deliranti, psicopatici, studenti ripetenti, cialtroni. Sono caduto per la via annusando da vicino e toccando con mano i sotterranei dell’esistenza. Guardare le cose dal fondo, da ultimo, con leggerezza, può riservare sorprese. Mi sono rialzato. Desideravo da molto tempo avere uno spazio dove esprimermi e dare libero sfogo alla mia spiccata e incontenibile curiosità verso le cose della vita. Di seguito trovate le mie impressioni. Chiunque ritiene di avere bisogno, anche solo parzialmente, di questa mia misera produzione intellettuale può saccheggiare liberamente con il mio consenso. Scrivo per soddisfare essenzialmente un piacere personale, poiché mi fa sentire sereno, in pace.