Tifosi a tempo pieno

di Matteo Kogoj

Con l’avvento di questo nuovo modo di tifare, andavano spegnendosi, anche se sopravvivevano nella sfera del folklore, i capipopolo e i personaggi pittoreschi di un tempo, perlopiù anziani tifosi, mentre facevano ingresso giovani leader portatori di una nuova mentalità, tifosi a tempo pieno. Cominciarono in quel periodo ad entrare in crisi i tradizionali spazi pubblici del tifo: i bar dello sport, i chioschi, le gallerie e i portici che rappresentavano quei luoghi di naturale affollamento, vissero una forte crisi di fronte ai nuovi luoghi dei club. Queste associazioni non provvedevano esclusivamente con innovativa efficienza all’organizzazione delle trasferte, ma crearono una nuova scenografia degli spalti. 1

Alle variopinte aggregazioni della fede calcistica, che mescolava uomini e donne di vario temperamento e di varie generazioni, nel corso di un decennio si sostituirono nuove dislocazioni lungo le curve degli stadi, con più nette distinzioni. Si moltiplicavano intanto gli striscioni delle varie tribù e una accorta regia sembrava governare i comportamenti delle folle. Gli striscioni divennero di dimensioni smisurate, il loro contenuto si fece più aggressivo e si valeva di espressioni importate dalle sfere più diverse della cultura popolare. Spesso divennero vistosi messaggi tra le opposte tifoserie, talvolta contenevano battute di tenero umorismo, contaminazioni tra incerte ideologie politiche, elementari o enigmatici giochi di parole. (Papa & Panico, 2000: 86)

Nello stadio la cornice sonora era ancora riempita dalla solitaria cornetta che esordiva ogni qual volta il gioco calava la sua intensità, e come una frustata inneggiava con le note militari della carica. Si faceva inoltre sempre più insistente la presenza del rimbombo ossessivo dei tamburi, che si combinava con le forti cadenze degli slogan vocali. In Italia, i cori e gli inni si diffusero qualche anno più tardi: ogni squadra di rispetto aveva un inno ufficiale, ma mai esso aveva effettivamente esaltato l’orgoglio canoro delle tifoserie. Il calcio, tranne che in Inghilterra, raramente ha prodotto musiche originali, e in Italia la musica del calcio si nutre di frasi rubate ai generi musicali più diversi: alla lirica, al jazz, alla ballata, alla canzone, agli inni della grande storia, alle sigle dei cartoons o agli spot della pubblicità.

Nel 1960 un gruppo di tifosi nerazzurri, incoraggiati personalmente dal presidente Angelo Moratti, aveva dato vita all’Inter Club Moschettieri, il primo club del tifo organizzato italiano. Dall’Inter alle altre squadre, questi gruppi iniziano ad apparire in tutti gli stadi del paese, e negli stessi anni nasceva la Federazione italiana sostenitori squadre di calcio (FISSC).2 Genova, Firenze e Bologna tra le grandi città del Centro-Nord parvero comunque in misura minore soggette a questo contagio. La ragione principale di questo limitato consenso stava nel fatto che queste realtà non erano state investite dai grandi flussi migratori provenienti dal Sud, come invece avvenne a Milano e Torino. Il tifo organizzato divenne area di mediazione tra le dirigenze societarie e il loro popolo, e ciò permetteva di controllare la reazione emotiva delle masse sportive di fronte alle crisi delle società. Il tifo organizzato divenne tuttavia ben presto una condizione di vita per molti giovani e, per alcuni, l’unica forma di socializzazione.

Essere tifoso militante significava partecipare a una comunanza fatta di convivialità, ma anche di doveri verso il proprio gruppo e la propria squadra. (Papa & Panico, 2000: 88)

Antonio Roversi a tal proposito ha scritto:

Questi club divennero ben presto i maggiori depositari della cultura calcistica locale, con le sue tradizioni, i suoi eroi popolari, il suo bagaglio di aneddoti, miti e ricordi. (Roversi, cit. in Papa & Panico, 2000: 88)

Si mette in luce perciò una nuova figura di tifoso, meno volubile, legato alle vicende della propria squadra da un rapporto affettivo senza riserve, che cominciava a vivere la propria passione come un valore puro, assoluto, quasi come una religione. Tra i doveri di questo credo vi era quello di fare proseliti, di tener alto il nome della squadra attraverso un comportamento corretto. Gli spalti della penisola furono il teatro, per un quindicennio, di una pacifica invasione, turbata soltanto occasionalmente da intolleranze, del popolo degli innamorati della Juventus, dell’Inter e del Milan. Un popolo che paradossalmente registrò più presenze sulle gradinate della provincia settentrionale e del mezzogiorno, che in quelle di casa.

Il popolo interista, che assisteva con una presenza numerosa allo stadio della propria squadra, non sottoscrisse in massa, tuttavia, quella sorta di attestato di fedeltà costituito dall’abbonamento.

Nella stagione che seguì il primo trofeo europeo, quello del 1964, solo il 30% degli spettatori di San Siro di parte nerazzurra aveva sottoscritto l’abbonamento. La stessa percentuale della Juventus. Più fedele, secondo tradizione, il pubblico milanista: alla fine degli anni ’60 del ‘900, al culmine della stagione di maggiori successi della squadra, gli abbonati rappresentavano il 41% degli spettatori. (Papa & Panico, 2000: 88)

Molto più fedeli nel sostenere con la loro presenza i propri beniamini, erano paradossalmente i tifosi di Napoli, di Cagliari, di Bari, di Roma, di Brescia o di Ferrara, piazze dove la burocrazia del tifo era ancora inesistente oppure alle prime armi.

1 Papa & Panico (2000), 85

2 Ibidem (2000), 87