Come muta la produzione e il consumo di calcio

di Matteo Kogoj

Negli anni Sessanta l’intero mondo del calcio in Italia si presentava una nuova fisionomia, dovuta anche dal forte impatto televisivo sullo sport. Fu in questo periodo che il gioco sportivo più amato dagli italiani completava il lungo cammino che lo aveva condotto nel 1959 al riconoscimento formale del professionismo nelle serie maggiori, con tratti economici e commerciali sempre più marcati.1

Attorno alla metà degli anni ’60, l’azione esercitata dalla televisione che diventava la padrona indiscussa dello spettacolo calcistico, ci fa comprendere come la promozione sportiva si alimenti essenzialmente sulla base della crescita di numero degli spettatori.

Tutto questo significava concretamente produrre un pubblico incompetente, consumista, interessato più allo sfogo di umoralità, all’evasione dalla quotidianità che non all’assunzione di un costume valorizzante l’esercizio fisico attivo. (Triani, 1990: 68)

La contestazione giovanile, sintomo diretto di un profondo malessere sociale, come deflagrazione delle tensioni generazionali in tutte le società industriali prendeva forma anche sulle gradinate degli stadi. La nuova qualità del tifo, basata sul rifiuto della funzione terapeutica dello spettacolo sportivo, si poneva in stretto rapporto con il rifiuto da parte delle giovani generazioni a vivere come volevano i padri.

Durante gli anni Sessanta non si registrò improvvisamente l’inizio della guerra negli stadi, tuttavia mutò sensibilmente e repentinamente la qualità del tifo.

La calciofilia non aveva andamenti particolarmente violenti, tant’è che non manifestava aspetti patologici, dopotutto per quanto riprovevoli fossero le invasioni di campo, i tafferugli fra i sostenitori, i tentativi di aggressione agli arbitri rientravano in un quadro normale. Non solo erano eventi relativamente eccezionali ma soprattutto li potremo definire spontanei.

Si trattava di eruzioni improvvise, non di rado molto aggressive, ma circoscritte e sempre in relazione al gioco. Nessuno vi scorgeva una minaccia al sistema. Erano, come si è cominciato a dire nel momento in cui la violenza negli stadi aveva assunto davvero un carattere endemico e organizzato, delle “sane scazzottate”. Nondimeno è stato proprio in questo decennio che si è osservata una prima significativa svolta.2

Il confronto fra alcuni diversi episodi dei due decenni Cinquanta e Sessanta evidenzia come il mutare della percezione nei confronti del tifo mutasse parallelamente alle profonde modificazioni che interessavano la struttura professionale e commerciale del calcio. (Triani, 1990: 65)

Tutto diceva che qualcosa di strutturale stava mutando nella produzione e nel consumo di calcio. L’avvento in massa dei calciatori stranieri nel nostro campionato, ad esempio, altro non rappresentava che novità stagionali necessarie per tenere costantemente vivo l’interesse verso un certo tipo di spettacolo sportivo. L’oriundo esprimeva una necessità propagandistica, una novità pubblicitaria. Appare evidente che un campionato con la presenza di calciatori stranieri è più interessante di un torneo in cui si affrontano esclusivamente giocatori italiani. Attraverso l’introduzione dei calciatori stranieri ebbe inizio il periodo industriale del calcio spettacolo, dove gli acquisti da mezzo miliardo hanno rappresentato una significativa forza pubblicitaria per il tifoso abituato alle solite discussioni tecniche. Come riportato da Triani, da qui in avanti è subentrato il moralismo di tipo qualunquista a vivacizzare l’interesse per il campionato.

Il gioco stesso, prima libero e per certi aspetti estroso, ne è uscito costretto dalle tattiche ostruzionistiche adottate per ragioni strategiche di risultato. Il processo di massificazione ha invaso tutti, tifosi compresi. L’illusione di libertà ricreativa ha trovato possibilità di affermarsi perché il disegno teneva conto delle mutate condizioni. Il campionato si è modellato alla civiltà dei consumi diventando consumo anch’esso. Quindi l’esotica mania per lo straniero corrisponde a precise ragioni produttivistiche, è la stagionale sollecitazione per i consumatori calcistici. Più stranieri più incassi: questa ci sembra la vera ragione della mania. (Triani, 1990: 68)

Gli spalti degli stadi divennero spazi in cui costruire ambiti di socialità , separati da quelli degli adulti, dove esibire il proprio protagonismo e spettacolarizzare la propria protesta.

I primi passi dell’insubordinazione e del ribellismo giovanili nei confronti della società adulta per il tramite del football venivano fatti in Inghilterra. Non era casuale. In questo paese infatti le sotto-culture dei mods e dei rockers, che riprendevano le tematiche anni ’50 dei teddy-boys, offrivano ai giovani tifosi dei modelli di comportamento. (Triani, 1990: 73)

I grandi cambiamenti sociali, economici e culturali che segnano l’ingresso del nostro paese nel nuovo decennio si manifestano anche nel mondo del calcio.

BIBLIOGRAFIA

1 Papa & Panico (2000), pag. 77

2 Triani (1990), p. 64-65