Voglia di socialità

di Matteo Kogoj

Il centro sinistra, una formula politica di governo sorta sulla coalizione tra la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista, nacque nel 1962 sulla base di un programma di riforme finalizzate a una più equa distribuzione dei benefici del “miracolo economico”. Tra le più importanti riforme a sostegno del nuovo programma si ricorda quella dell’istruzione, del giugno 1962. La creazione di condizioni per favorire l’accesso a tutti i gradi medi e alti del sistema scolastico, oltre che socialmente equa, era ritenuta indispensabile all’ammodernamento del paese. L’estensione a 14 anni dell’obbligo di studio, insieme ad altri provvedimenti, sostenuti da investimenti di spesa mai visti prima, accelerò risolutamente il processo di scolarizzazione. Un processo già in corso d’opera durante gli anni ’50 del ‘900, ma che si rafforzò nel decennio successivo con particolare intensità nella scuola secondaria, la quale nel 1968 accolse un milione e mezzo di alunni, il doppio di quelli registrati all’inizio del decennio.

Questo allargamento della popolazione scolastica, che era giunta a comprendere anche i ragazzi delle famiglie meno abbienti, ebbe effetti spesso sconvolgenti sulle abitudini degli italiani, in particolare di quelli delle ultime generazioni dei ceti popolari. Basti pensare al mutamento sociale delle periferie nelle grandi città, da questo momento in poi vivacizzate dalla presenza sempre più ragguardevole di studenti con i loro ritmi di vita e di socialità. Il senso del tempo del lavoro operaio, che era un tempo senza flessibilità, si andò intrecciando con quello degli studenti, vivace, occasionale e imprevedibile; le parrocchie, le sezioni dei partiti politici, i bar e le sale da biliardo si riempirono sempre più di giovani.

Le attività attività sportive si moltiplicarono; il sabato e la domenica cessarono di essere i soli giorni deputati allo sport, mentre, sospinte dalle immagini televisive, alcune discipline sportive, come il tennis, dai marcati caratteri elitari e talvolta snobistici, cominciarono ad affascinare i giovani di più ampie fasce sociali e ad allargare gli orizzonti della pratica sportiva. Tutto ciò nonostante che l’intervento pubblico, in forte espansione in tutti i settori della vita sociale ed economica, continuasse ad essere assai modesto nel campo sportivo. Salvo alcune eccezioni nelle regioni più evolute, le istituzioni locali, e in modo particolare quelle meridionali, raramente attuarono politiche per il tempo libero. A parte i campi di calcio, di cui quasi ogni comune si era dotato, gli impianti sportivi raramente arricchirono il paesaggio italiano. (Papa & Panico, 2000: 73-74)

Gli anni Sessanta occupano nella memoria collettiva un posto esclusivo, poiché ad essi ci si richiama come a un periodo storico caratterizzato da uno straordinario dinamismo culturale, che vide il mondo giovanile protagonista assoluto di una vera e propria nuova mentalità capace di forti cambiamenti sociali, che avevano sconvolto nel giro di pochi anni abitudini, gusti e regole morali consolidate da decenni, se non da secoli. La contestazione del movimento studentesco degli anni Sessanta fu il momento più evidente di una stagione di irrequietezza giovanile, che era cominciata all’inizio del decennio con la scoperta di nuove forme di tempo libero.1

1 Papa & Panico (2000), pag. 76