L’immigrazione ai piedi della Mole

di Matteo Kogoj

I successi ottenuti nel corso degli anni ’30, capace di conquistare ben 5 scudetti consecutivi, avevano fatto della Juventus l’unica squadra che proiettava il suo prestigio su tutto il territorio nazionale. In qualsiasi regione del nostro paese, la società bianconera aveva trovato tifosi entusiasti e affascinati, oltre che dai suoi successi sportivi, dall’eleganza e dalla signorilità che avevano caratterizzato lo stile del club torinese. I miti associati al concetto di efficienza, a loro volta simboleggiati dalla gestione industriale della famiglia Agnelli, raffiguravano la squadra bianconera come emblema di quell’Italia dinamica e produttiva degli anni Cinquanta. Un prestigio che continuò ad aumentare nel decennio successivo, come dimostrano i 344 club juventini, che nel 1966, si registravano sparsi un po’ in tutta la penisola.1

A salutare le maglie bianconere della capitale dell’automobile e a rendere un involontario omaggio all’egemonia del calcio sulle divisioni politiche spesso si ritrovavano insieme nelle tribune del “Comunale” i maggiori dirigenti FIAT, a cominciare dal suo presidente Vittorio Valletta, i leader sindacali e quello del maggiore partito d’opposizione, Palmiro Togliatti.

Intanto era cambiata la colonna sonora degli spalti popolari e inconfondibili accenti meridionali si mescolavano a quelli piemontesi. “Sono pochi” – si osservava in un’inchiesta sull’emigrazione meridionale a Torino condotta da Goffredo Fofi- “quelli che danno, ogni tanto, qualche calcio al pallone, ma tantissimi quelli che riempiono lo stadio la domenica. Così a una partita Juventus-Palermo, si vedranno folle di siciliani entusiasti, anche se i figli degli immigrati tifano ormai anche loro, come ogni operaio Fiat che si rispetti, per la squadra dei padroni di casa”. L’immigrazione aveva così alterato profondamente la base sociale del tifo torinese. (Papa & Panico, 2000: 47)

Il mito della Juventus aveva assunto forme gigantesche a seguito dell’ondata demografica proveniente dal sud Italia negli anni del “miracolo economico”, allorquando intere generazioni lasciarono i loro paesi, spinti dalle dinamiche dell’occupazione e dalla speranza di trovare nelle grandi città del nord non solo nuove opportunità di lavoro, ma anche nuovi stili di vita. Il tempo libero per chi dedicava, ricorrendo molto spesso al lavoro straordinario, tutto se stesso alla fabbrica e ai suoi ritmi estenuanti, era piuttosto poco. Tuttavia quel poco era per i giovani operai consumabile in tante opportunità di svago, come mai si sarebbe immaginato nei paesi del Mezzogiorno. È utile per comprendere ciò, la testimonianza di un giovane operaio di origine meridionale: “qui a Torino è come se fosse festa ogni giorno, perché c’è sempre il cinema e il varietà e le altre cose che nel paese si vedono solo la domenica”.2

L’ottimismo del giovane operaio ignorava i toni crudi dell’insediamento meridionale nella capitale piemontese e la profonda incomprensione tra i vecchi e i nuovi soggetti della città e della fabbrica. È nota l’odissea degli sradicati del sud alla ricerca di una casa tra la diffidenza generale dei torinesi, così come non era ingiustificato il timore dei vecchi torinesi per i pericoli di una contaminazione che minacciava gli equilibri e la stabilità dei tradizionali valori ambientali e professionali. Era come se vi fossero due città al di là di ogni comunanza di classe e di interesse. Tra gli emigrati del Mezzogiorno prevalevano nettamente i contadini, braccianti e piccoli coloni, che andavano ad ingrossare l’esercito degli operai di più bassa qualifica. Nelle fabbriche i nuovi venuti spesso trovavano difficoltà nei rapporti con l’aristocrazia operaia torinese, orgogliosa delle sue tradizioni e con un forte senso della propria identità culturale. Tra tanta diversità la passione sportiva costituì uno dei maggiori elementi di integrazione e di dialogo, l’unico rapporto autenticamente paritario tra i due popoli della città, che si esprimeva tra gli immigrati più giovani nel tifo per i colori bianconeri, mentre la “veja Turin” operaia si raccoglieva nelle file granata. (Papa & Panico, 2000: 47-48)

Nel periodo compreso tra il 1951 e il 1967. la popolazione di Torino crebbe da 719.300 abitanti a 1.124.714. Un numero molto importante di immigrati meridionali che si trasferirono a Torino per lavoro, erano già, o divennero presto, tifosi juventini. Quando questi facevano ritorno nella propria terra, per trascorrere le vacanze, o per partecipare a matrimoni o funerali, portavano appresso la loro fede calcistica.3

1 Papa e Panico (2000), p. 47

2 (Papa & Panico (2000), pp. 47-48

3 Foot (2010), p. 107