TIFO E VIOLENZA

di Matteo Kogoj

 

Elias e Dunning prestano attenzione ad un tema attuale del tifo calcistico, ovvero la violenza negli spettatori negli stadi sforzandosi di dare una spiegazione sociologica ad essa. Questi autori prendono in esame il teppismo negli stadi dedicando lo sguardo in particolare ai pattern dei combattimenti tra i gruppi rivali destinati ad essere associati regolarmente con il calcio, in Gran Bretagna come in altri paesi. Sebbene queste dimostrazioni di violenza arrivano di rado sugli organi di stampa non esiste paese, dove si pratichi calcio, in cui non si siano verificati episodi di aggressioni tra la folla. Questo fenomeno sociale è una forma di comportamento che si è attirata l’etichetta di teppismo calcistico (o degli stadi), e appare nella sua pluralità di forme assai complessa da indagare. La riottosità dei tifosi di calcio comprende imprecazioni e modi di agire, che probabilmente in altri contesti verrebbero giustificati come semplici manifestazioni euforiche, scherzose, persino goliardiche. Tanto è vero, che molti dei tifosi che vengono arrestati a una partita di calcio si sono resi colpevoli di lievi infrazioni. Nelle espressioni più gravi, ciononostante, l’etichetta viene applicata a invasioni di campo che appaiono essere orchestrate deliberatamente per interrompere una partita e, nei casi più estremi e seri, a risse di grandi dimensioni tra gruppi di tifosi rivali che sono perlopiù violente e distruttive. Proprio di quest’ultima forma del fenomeno si sono occupati Elias & Dunning; sebbene la documentazione ufficiale ci suggerisce che, nonostante molti tifosi vengano trascinati in episodi di teppismo, e che quindi non si fossero recati verso lo stadio con intenzioni bellicose, lo zoccolo duro, coloro che con maggior persistenza assumono comportamenti violenti prima dopo e durante eventi legati al calcio, considerano i combattimenti e il comportamento aggressivo come parte integrante dell’andare alla partita.1

Gli scontri in cui sono coinvolti i teppisti del calcio assumono forme diverse e possono aver luogo in vari contesti, a parte lo stadio. Possono, ad esempio, prendere la forma di collutazioni corpo a corpo solo tra due tifosi rivali, tra due piccoli gruppi o concretizzarsi altrimenti in mega-risse che possono coinvolgere diverse centinaia di tifosi. Negli episodi più gravi vengono usate anche armi, come i coltelli a serramanico, leggeri e facili da nascondere. Alternativamente possono possono prendere forma di bombardamenti aerei le cui munizioni possono andare da oggetti innocui, come noccioline e banane, arance e torsoli di mela, ad altri più pericolosi e potenzialmente mortali come monete, sedie e seggiolini rotti, mattoni, bottiglie, razzi e rudimentali bombe molotov.

Partecipare a un’invasione riuscita, conquistare la curva dei rivali, impossessarsi di uno striscione dei tifosi avversari costituiscono prestigio negli ambienti dell’ala più dura del tifo. Secondo l’osservatorio sulle manifestazioni sportive del ministero dell’Interno, oggi le risse solitamente avvengono prima o dopo le partite per le vie della città.2

Possono aver luogo nel dopo partita allorché la polizia cerca di mantenere separati i gruppi rivali e di riportare il grosso dei tifosi della squadra ospite alla stazione ferroviaria o degli autobus senza gravi episodi. Durante questo frangente di solito accadono gli scontri più accesi e prolungati: spesso hanno inizio con una carica, con un gruppo di tifosi maschi che si lancia per le strade della città alla ricerca di tifosi rivali o di un varco nel cordone di polizia che permette a loro di arrivare agli avversari.

I teppisti «duri», tuttavia, quelli più bramosi di affrontare gruppi di tifosi della squadra avversaria, spesso operano fuori dal gruppo principale e usano tattiche elaborate per aggirare la polizia. Se riescono nei loro intenti, quello che accade normalmente è una lunga serie di scaramucce sparse in un’area relativamente grande in cui sono coinvolti giovani maschi di entrambi gli schieramenti, che si pestano, calciano e inseguono gli uni con gli altri, che si infilano in mezzo al traffico e, occasionalmente, attaccano veicoli che trasportano avversari. Gli scontri possono anche avvenire quando gruppi di tifosi rivali in cammino verso partite diverse si incontrano, ad esempio sui treni, nella metropolitana e in stazioni di servizio dell’autostrada. Inoltre, a volte avvengono lotte all’interno di gruppi particolari di tifosi, i cui protagonisti vengono, ad esempio, da quartieri diversi della stessa località. (Elias & Dunning, 1989 p. 316)

Nella loro ricerca, Elias & Dunning si sono occupati di quei gruppi di teppisti da stadio che si sono formati in anni recenti all’interno dei club più grandi. Il sedicente Inter City Firm del West Ham, gli Zulu Warriors del Birmingham City, gli Headhunters del Chelsea solo per citarne alcuni, sono gruppi la cui rugginosa mascolinità serve come pretesto per azzuffarsi con bande rivali. Esiste peraltro una cospicua letteratura su questi gruppi protagonisti dell’hooliganismo britannico, alcuni sono stati tradotti in italiano e pubblicati da una piccola casa editrice di Rovereto. In uno di questi libri, Chelsea Headhunters di Colin Ward & Chris “Chubby” Henderson vengono raccontati, ad esempio, gli attacchi a sorpresa, le imboscate studiate a tavolino o improvvisate all’istante, le cariche e i disordini intorno allo stadio, le facce, i capi, i vari personaggi. Ancora, i codici non scritti, la ricerca di un confronto con altri gruppi vogliosi di mettersi alla prova, i derby londinesi e gli scontri con chi volesse misurarsi con il mito degli Headhunters per la supremazia cittadina. Lo scenario naturale sono le stazioni ferroviarie, la rete della metropolitana, una frenetica Inghilterra imbevuta di musica e di tendenze, il flusso delle mode, dagli skinhead ai rude boys, dai punk ai mods, ai frammenti di look rubati alla scena new wave, l’esplosione dello sportwear che avrebbe dato vita a quello che sarebbe stato etichettato come fenomeno casuals. Gli adepti di quest’ultima sottocultura si vestivano in modo griffato e aderivano a un movimento giovanile che per la maggior parte attingeva affiliazioni nella working-class, come viene spiegato dettagliatamente nel libro Casuals di Phil Thornton. Nicholas Altt, era un teenager squattrinato del rude distretto di Kirby che si è unito ben presto a una cricca, per sua stessa ammissione, uno strambo campionario di drittoni, manoleste e picchiatori che seguivano il Liverpool F.C. in casa e in trasferta, anche all’estero. I Mersey Boys -il nome di questa mob– saltavano all’occhio ovunque andassero per come si presentavano vestiti. Per loro ogni divieto d’accesso era una sfida e ogni cartellino del prezzo una barzelletta: hanno attraversato in lungo e in largo il continente con le loro borse griffate e praticamente senza soldi, divertendosi, rubando, facendo a botte ed entrando in qualsiasi stadio senza pagare. I tifosi violenti hanno sviluppato nel tempo forme di organizzazione abbastanza sofisticate, come ad esempio, utilizzare i servizi ordinari di treno e corriera o automobili e furgoni presi in prestito, un modo per eludere l’apparato di polizia che ad ogni partita di categoria viene impiegato. Uno dei tratti distintivi di questi tifosi, talvolta, è viaggiare senza colori per non farsi riconoscere troppo presto dai rivali o dalla polizia, sicché evitano sciarpe ed emblemi come bandiere che potrebbero farli associare al teppismo calcistico. I giovani coinvolti negli episodi più gravi propendono a considerare il combattimento e lo scontro con i tifosi rivali come parte integrante della partita di calcio.3 I cori e i canti che formano una parte consistente della rivalità tra i gruppi, in special modo all’interno dello stadio, forniscono indicazioni che si orientano nella medesima direzione. Sebbene infatti alcuni di essi tendano a non farsi coinvolgere in tali iniziative per vari motivi, durante la partita i gruppi rivali si prestano attenzione altrettanto di quanto non la prestino alla partita stessa, intonando cori e gesticolando in massa in quella che Elias e Dunning chiamano “un’uniformità spontaneamente orchestrata come espressione della loro rivalità”. Se è vero infatti che cori e canti sono in parte legati alla partita, è altrettanto veritiero che hanno come tema ricorrente sfide a combattere, minacce di violenza e millanterie riferite a vittorie passate. Ciascun gruppo ha un proprio repertorio di canti e cori, ma molti non sono altro che variazioni locali di temi comuni. Simbolico è il fatto che i testi di queste composizioni siano costellate da parole che evocano immagini di battaglia e conquista. Oltre ciò, un altro tema è la demascolinizzazione ricorrente dei tifosi rivali che vengono facilmente etichettati come froci o dediti oltremisura alla masturbazione. Un altro importante concetto ripetuto è la denigrazione della comunità dei tifosi rivali.

Sono state proposte due spiegazioni ufficiali del teppismo calcistico ed entrambe sembrano largamente accettate, ovvero che sia causato dal bere e/o provocato dalla violenza sul campo da gioco. Il bere non può considerarsi una delle cause significative del teppismo calcistico per il semplice motivo che non tutti tifosi che bevono prendono parte ad azioni teppistiche, tant’è vero che tutti i teppisti bevono -anche se bere molto fa parte della mascolinità espresse nel loro comportamento-. Tuttavia è sufficiente dire che il consumo di alcool è una di una serie di condizioni che possono facilitare la violenza dei teppisti del calcio, dato che l’alcool allenta le inibizioni. Analogamente, la violenza sul campo può servire da detonatore per il teppismo calcistico, ma come molte altre circostanze, quali un servizio di polizia scriteriato, il vendicarsi di una sconfitta inflitta nel corso di battaglie precedenti e il desiderio di un gruppo di tifosi di scacciare un altro gruppo dal piedistallo in cui è stato collocato dai media. In effetti, i media hanno spesso giocato un ruolo importante nella creazione di una gerarchia di status nazionale tra le diverse curve dei tifosi.

1 Elias & Dunning, pag. 314

3 Elias & Dunning, pag. 317

BIBLIOGRAFIA

Elias, N. & Dunning, E. (2001), Sport e aggressività, Edizioni Il Mulino, Bologna.