SOCIALISMO E SPORT

di Matteo Kogoj

Hoberman, tramite la sua analisi, ci mostra con estrema precisione la rinuncia, anzi l’estraneità, del marxismo e, in generale, della cultura socialista alle immagini del politico-atleta, esteta del fisico o della metafora dell’organismo sportivo applicata allo Stato. In particolare ci viene esposta la dinamica tipica dello sport come attività ludica in aperto conflitto con la prestazione di lavoro; viene introdotta così una problematica moderna e razionale che unita al tema della tecnologia e della medicina dello sport, ci conduce diritto a questioni di estrema attualità. Questo testo ci aiuta a riflettere sullo spazio nel quale è inserito lo sport nei sistemi socialisti reali, da cui derivano, conseguentemente, incoerenze pratiche: la costante critica socialista verso l’egotismo e narcisismo dell’atleta singolo, si pone in forte contrapposizione alla necessità di promuovere la sua figura a simbolo sociale, addirittura ad esempio da imitare. La necessità ideologica di imporre schemi collettivi e solidali, scoraggia prestazioni individuali. Senza dubbio, Marx concepisce il lavoro ristoratore e precisa che il lavoro implica una libera manifestazione della vita e un piacere della vita. La visione marxista del futuro, comunque, sembra sottintendere che il lavoro e la ricreazione fisica si mescolerebbero, o quantomeno che il lavoro sarebbe elevato al livello della ricreazione eliminando le schiavitù della specializzazione e della coercizione. Marx non immaginava la ricreazione durante il comunismo semplicemente come una gara, bensì come una fusione nel gioco di attività simili al lavoro.

La teoria del blocco orientale fondata dall’ideologia comunista, annuncia l’avvento di una condizione umana che non richiederà per niente il tempo libero, nell’accezione borghese del termine. “Alcuni sociologi occidentali”, scrivono due esperti sovietici del tempo libero nel 1959, “tentano di considerare il tempo libero come un completo distanziamento dell’uomo dal lavoro, come qualcosa di opposto al lavoro. Non possiamo accettare queste idee. Il tempo libero in una società comunista non rappresenta una fuga dal lavoro, bensì una forma di transizione verso la forma veramente comunista del lavoro, nella quale il secondo termine diventa il divertimento ed il primo il bisogno vitale”. (ibid.)

I movimenti sportivi operai esistevano in tutta Europa negli anni Venti e Trenta; i più antichi, quello tedesco e inglese, erano stati fondati verso il 1890. Nel 1923 alcuni rappresentanti delle federazioni sportive di lavoratori belgi, inglesi, francesi, tedeschi e italiani si incontrarono a Gand per formare l’internazionale socialista di educazione fisica, che ebbe vita breve. Nel 1925 venne fondata una nuova Internazionale sportiva dei lavoratori socialisti (SASI) di un milione e trecentomila iscritti. Le critiche dei neo-marxisti francesi e della scuola di Francoforte, tra cui quelle dei teorici Adorno e Marcuse,

dello sport ad alto livello, del culto del record, del movimento olimpionico, del giornalismo sportivo idiotizzante, dello spettatore affamato di sensazionale, dello sport come specchio e come riproduzione del lavoro capitalistico, dello sport come compensazione per il lavoro debilitante, della deformazione che l’impulso al gioco subisce nello sport, e dell’anti-intellettualismo sportivo. (Hoberman, 1988 p. 328)

sono tutte analisi che già apparivano nelle pubblicazioni socialiste del periodo compreso fra il 1928 e il 1931. Le origini del mito dell’atleta comunista, inquadrano quest’ultimo come un’autonoma senz’anima, un alieno sportivo. Si riscontra una stretta correlazione fra sport e lavoro, resa già ampiamente evidente nel primo periodo bolscevico. “Lenin (come Marx e Engels)”, ha precisato James Riordan , “non scrisse nulla di effettivamente chiaro” in riferimento alla cultura fisica”. Stalin “non prestò quasi mai attenzione ad una gara sportiva nella sua vita”.1 Questo ci segnala l’importanza marginale che ha lo sport nel più vasto sistema politico. La cultura sportiva stalinista si è sviluppata nelle società del blocco socialista, che hanno tutte una dottrina sportiva di base, di origine sovietica. Il fondamento dello sport stalinista è la promozione della competizione come modo di vivere socialmente utile. L’atleta stalinista può essere considerato alla stregua del lavoratore stakanovista della metà degli anni Trenta, l’eroe che supera i record e che oltrepassa ampiamente la quota di produzione per costruire il socialismo. La trasformazione dello sport sovietico corrisponde al cambiamento in seno all’antropologia politica sovietica, dove la fraternità viene svalutata a scapito della gerarchia. Ciò che i sovietici non possono accettare, e non tollerano, è una sfrontata sindrome da star: l’aperta presunzione, l’esibizionismo e la caduta in una egomania antisociale.

L’ideale collettivistico e, per un certo periodo, il culto della tecnologia e della macchina, vengono sostituiti da un ideale leadership e dal culto della prestazione individuale che tendono ad assumere la forma di un fantastico volontarismo. (Hoberman, 1988 p. 271)

Avviata dal regime staliniano attorno alla metà degli anni Trenta, la politica sportiva dell’Unione sovietica, concepita come strumento di affermazione della supremazia morale e materiale del comunismo, dopo la seconda guerra mondiale cominciò ad affidare alle vittorie dei suoi atleti il compito di dimostrare la superiorità fisica e morale del modello comunista sul mondo occidentale. Il confronto con lo sport capitalistico ebbe inizio dalle Olimpiadi di Helsinki del 1952, nelle quali gli atleti sovietici si piazzarono al secondo posto nella classifica per nazioni preceduti solo dagli Stati uniti, che vennero superati già quattro anni dopo a Melbourne.

La cultura sportiva della Germania Est richiede un discorso a parte. Da un punto di vista statistico e percentuale, è di gran lunga quella che detiene più successo al mondo. Questo risultato demograficamente anomalo le ha conferito una notorietà alimentata da un’immagine occidentale dell’atleta come disumanizzato e meccanicizzato. Si è appurato che, dirigenti della DDR obbligavano spesso gli atleti ad assumere sostanze anabolizzanti per raggiungere successi a livello internazionale. Vittorie da sfruttare in chiave propagandistica. L’intenzione era di esportare all’estero l’immagine di una società sana e in costante sviluppo, capace di produrre di tutto, anche campioni di fama mondiale. Per quanto, però, si possa parlare dei progressi compiuti nel campo della scienza e, nella fattispecie, nel campo dei farmaci, l’uso di queste sostanze dopanti porta quasi sempre a tragedie e, a volte, alla morte. Troppi campioni sono morti e quelli sopravvissuti sono affetti da diversi tipi di malattie: “Non mi riferisco a semplici disturbi che possono essere curati con un intervento chirurgico, ma di cancro, cardiopatie e cirrosi epatica”2 dice l’ex lanciatrice del peso Birgit Boese, costretta all’uso di anabolizzanti sin dall’età di 11 anni. Lo sport, nella Germania dell’Est, è stato reso possibile da due fattori storici.

Per prima cosa, Walter Ulbricht, la figura politica dominante nel paese dal 1945 sino al suo ritiro, nel 1971, si interessò in modo genuino allo sport sia da un punto di vista personale sia come mezzo per dimostrare la superiorità politica del socialismo. Ulbricht, che fu pure membro di un club di atleti-operai a Lipsia, decise subito dopo la fondazione della DDR, il 7 ottobre 1949, di creare una cultura sportiva esemplare, orientata verso alte prestazioni, che sarebbe servita da modello per altri settori della società della Germania dell’Est. (Hoberman, 1988 p. 285)

Tale obiettivo fu raggiunto, fintanto che gli scienziati sociali della DDR considerarono l’apparato sportivo come la subcultura più sviluppata del sistema statale, dove l’investimento sportivo è stato presentato alla stregua di una politica popolare. Uno dei suoi scopi principali, e dei suoi successi, fu quello di offrire ad una popolazione eccezionalmente giovane un tipo di attività che si poteva presupporre divertente. Lo sport onnipresente, rappresentava una decisiva risposta allo squilibrio demografico, derivante dal fatto che una buona parte della popolazione adulta lasciò il paese prima della costruzione del muro di Berlino nel 1961. Nel 1950, venne fondata a Lipsia l’Università tedesca per la cultura fisica. L’inizio formale della cultura fisica ebbe luogo nel 1946 durante l’occupazione sovietica, contestualmente ad una generale riforma del sistema educativo, che le conferiva uno status pedagogico ufficiale. L’influenza sovietica sul sistema educativo della Germania dell’Est o sullo sport consiste, in sostanza, nell’egemonia della dottrina marxista e non in una russificazione in senso stretto. La sinistra tedesca della zona sovietica trovò qualcosa di cui rasserenarsi nelle riforme della scuola del 1946; ciò avvenne, in quanto, queste misure costituirono non tanto la trionfante rivoluzione russa del 1917, bensì la tragica rivoluzione tedesca del 1918. L’autorità di Marx anticipa l’autorità di Lenin.

1 cit. Hobermann, 1988 p. 270

2 http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/355000/353595.xml?key=Laura+Lucchini&first=21&orderby=1&f=fir

BIBLIOGRAFIA

Hoberman, J. (1988), Politica e sport (1984), Il Mulino, Bologna.