PANEM ET CIRCENSES

di Matteo Kogoj

 

Presso l’antica Grecia gli eventi sportivi erano seguiti con fervente attenzione e partecipazione dalla popolazione. Le competizioni sportive più importanti erano i giochi olimpici di Olimpia, in occasione dei quali le polis coinvolte in un conflitto bellico erano solite proclamare una tregua per permettere ai propri atleti di partecipare ai giochi ed essere assistiti dai propri allenatori. In Grecia, la classica patria delle gare agonistiche in cui si misuravano le proprie forze fisiche, l’atletica aveva raggiunto il suo massimo splendore e alle competizioni che si tenevano regolarmente (anche a Nemea, Corinto e Delfi solo per citare le più importanti), affluivano atleti e spettatori in grande quantità. Lo sport pressi i greci metteva in risalto l’armonia del gesto atletico abbinato ad una pace sia fisica che mentale in un’atmosfera sacra ed innocente. Alla celebrazione delle gesta dei campioni di eventi sportivi è dedicata una parte cospicua della lirica greca. Pindaro negli Epinici cantò le vittorie della gioventù aristocratica dorica, cui egli stesso apparteneva, e celebre rimase una poesia nella quale scrisse «Quando ci si cimenta in una gara, solo la vittoria libera dalla tensione della prova.». A Roma l’agonistica greca si affermò con Nerone, che appassionato ammiratore di tutti i costumi e le istituzioni della Grecia, si impiegò per promuovere anche i giochi atletici. Il segno più evidente di questa predilezione fu la costruzione di un ginnasio accanto alle sue terme.1

Il tifo da stadio delle partite di calcio che conosciamo oggi è nato nell’antica Roma. Panem et cirenses è un’espressione coniata dal poeta satirico latino Giovenale per intendere il dono alla collettività, il mecenatismo a favore della città. Un sistema politico attivato dagli imperatori romani nei confronti dei loro sudditi, orientato a rafforzare, dunque a mantenere, la stabilità politica e al contempo la loro sovranità.

La plebe romana era molto corteggiata: essa riceveva regali da ogni parte. I candidati ad una grande carriera politica non dichiaravano le loro intenzioni senza offrire qualche regalo. Ma se queste elargizioni erano necessarie (o quasi), esse non erano sufficienti, dato che nessun candidato se ne asteneva. (P. Veyne p. 338)

Chi governava cercava di assicurarsi il consenso popolare non solo attraverso elargizioni economiche, ma anche tramite la concessione di svaghi a coloro che erano governati: il popolo assisteva a battaglie di gladiatori negli anfiteatri e alle corse di bighe e quadrighe nei circhi. Vasta era anche l’offerta di rappresentazioni teatrali e non bisogna dimenticare i bagni termali, che i romani frequentavano assiduamente nel tempo libero. I romani seguivano con interesse fanatico le tremende lotte dei gladiatori e i crudeli combattimenti con animali, durante i quali innumerevoli esseri umani perdevano la vita, oppure, divisi in quattro «partiti», assistevano con grande passione alla corsa delle bighe, nel circo, o alle competizioni degli atleti di professione, soprattutto lottatori e pugili.

La repubblica romana celebrava ufficialmente ogni anno, in onore di alcune divinità, feste religiose che avevano una scadenza fissa e che venivano chiamate ludi pubblici. Si trattava perlopiù di corse di carri e spettacoli teatrali. Questi giochi erano presieduti e organizzati da qualcuno dei magistrati annuali, e non servivano a risolvere la crisi agraria del secondo secolo o il problema del pane. Contrariamente, se la plebe romana avesse ottenuto il pane gratuito, esso non avrebbe sostituito il circo.

La gente seguiva queste manifestazioni con fanatismo paragonabile a quello calcistico attuale, tanto è vero che spesso nascevano risse e tafferugli tra le varie tifoserie che già erano organizzate in veri e propri gruppi dai connotati anche politici chiamati collegia. Fanatismo a cui spesso non si astenevano neanche gli imperatori. Di conseguenza la plebe romana sfruttava gli spettacoli delle arene come valvola di sfogo proprio come oggi i tifosi più accaldati di tutto il mondo usano il calcio per lo stesso scopo tribale, trovando così molte somiglianze tra l’atmosfera delle odierne partite di calcio e quelle delle antiche arene romane. Chi si recava al circo gustava la magnificenza dello spettacolo, si deliziava di fronte alla folla colorata e turbolenta, assisteva piacevolmente alla competizione sportiva, era stuzzicato dall’esito imprevedibile delle corse e delle scommesse, e non per ultimo, voleva distrarsi e scaricarsi, sostenendo la propria factio talvolta in maniera non riconducibile a parametri razionali, mal augurando disgrazie e sconfitte per quelle avversarie. Gli spettacoli a Roma avevano una funzione ben specifica: uomini politici in carriera, e successivamente imperatori, si guadagnavano il favore popolare promuovendo frequentemente gare e combattimenti. Dal momento che gli spettacoli del circo si svolgevano molto spesso si potrebbe essere indotti a pensare che alle diverse rappresentazioni assistesse un pubblico non troppo numeroso, e che fosse facile trovare posto sugli spalti. In realtà la curiosità e la passione dei romani erano così sconfinati che la gente si incamminava verso il circo già ai bagliori dell’alba del giorno in cui era in programma lo spettacolo, se non persino durante la notte, tant’è che il rumore provocato da questa massa urlante, composta da migliaia di persone, era indescrivibile. Una notte l’imperatore Caligola venne svegliato dal frastuono e scaricò la sua rabbia facendo disperdere la folla con dei bastoni, causando un bagno di sangue, giacché la gente correva impazzita in tutte le direzioni: morirono venti cavalieri, molte donne sposate e parecchie altre persone.2 I giorni delle feriae che nel periodo repubblicano erano 65, divennero sotto Marco Aurelio 135, fino ad arrivare a 175. Tra i ludi circenses, i giochi più importanti erano le corse dei carri. La folla, in preda al tifo incitava le quattro squadre (factiones), vere e proprie società, antesignane delle società calcistiche di oggi. Il simbolo d’identificazione originario era stato il colore della tunica indossata dall’auriga ingaggiato da una società. Si ricorda che nel I secolo d.C. esistevano quattro colori per altrettante squadre: bianco (factio alba), rosso (russata), verde (prasima) e azzurro (veneta). L’imperatore Domiziano cercò di introdurre altri due colori, oro (aurata) e porpora (pupurea), che però non presero piede tra il pubblico.3 ingaggiato da una società. L’influenza delle factiones era esorbitante: assunsero tale rilevanza sportiva che arrivarono ad avere influenza anche nella politica. L’amore per la propria squadra era tale che i sostenitori non perdevano una corsa e talvolta il tifo raggiungeva il fanatismo, e sconfinava in episodi di violenza:

Anfiteatro di Pompei, 59 d.c. [..] L’atmosfera è surriscaldata, gli animi sono eccitati. È impossibile sapere se oltre al generale clima di aspettativa tipico di un anfiteatro ci siano altri motivi responsabili della febbrile tensione impadronirsi del pubblico. Comunque si arriva presto alla tragedia: gli spettatori: gli spettatori di Pompei e quelli di Nocera cominciano a insultarsi a vicenda, e poco dopo, non contenti di lanciarsi accuse verbali, afferrano a scagliano pietre. Ecco comparire prima uno, poi molti coltelli, e tra gente venuta con l’intenzione di assistere ai cruenti «giochi» di gladiatori professionisti è ormai scoppiata una battaglia violentissima, durante la quale molte persone vengono uccise, e molte altre rimangono seriamente ferite. (Weber 1986, p. 11)

Una notizia di cronaca risalente all’anno 77 a.C. mette in evidenza per la prima volta quali emozioni fosse in grado di scatenare il fanatismo partigiano. Durante i funerali di un auriga della squadra rossa un tifoso affranto per la morte del suo idolo si gettò a sua volta nel rogo. I tifosi della squadra bianca, colpiti da tale gesto di fedeltà da parte del suicida affermarono che il suicida doveva essere rimasto inebetito dagli effluvi delle essenze bruciate e che quindi non si era gettato nelle fiamme di sua spontanea volontà. Attraverso una simile spiegazione cercarono di negare al gesto quel carattere di sacrificio o di omaggio all’auriga defunto, sminuendone la gloria. Di certo né una né l’altra fazione, pensò che si trattasse del gesto sconsiderato di un folle.4

Seppure questo episodio sia da ritenersi alquanto singolare, ne mette in risalto il grado di fanatismo sfoggiato dai tifosi, che per indebolire la squadra avversaria erano capaci persino di ricorrere alla magia per aiutare la propria squadra a vincere.

Nascoste in alcune tombe sono state ritrovate tavolette di piombo sulle quali venivano evocati i demoni di quei luoghi perché impedissero a tal cavallo e il tal cavaliere durante le corse e li facessero cadere. In un’altra tavoletta si legge che un auriga “domani nell’arena dovrà essere legato con me” -e qui scopriamo che nelle tombe venivano furtivamente calate non solo le tavolette- “è legato questo gallo; piedi, mani e testa”. Contro tali magie gli aurighi portavano amuleti e campanelli per cercare di proteggere sé e i cavalli. (Weber: 1986, pag. 73)

Anche il giro di affari era imponente. Oltre agli entusiasmi si aggiungeva una straordinaria passione per le scommesse che poteva rendere le corse particolarmente remunerative, qualora la puntata fosse riuscita. Le stesse star del circo, che godevano di una considerazione sociale maggiore rispetto ai gladiatori degli anfiteatri, non solo potevano guadagnare fama e prestigio ma anche somme favolose. La corsa dei carri era unicamente riservato ad aurighi professionisti.

Le corse si svolgevano nell’ambito della scorrettezza: ogni mezzo era tollerato, se non addirittura consentito, per vincere. Lo scrittore Ammiano Marcellino ci parla di una “folla innumerevole, in preda ad una forma di insania, intenta a seguire trattenendo il respiro l’esito delle gare dei cocchi”. Già allora, non si tifava per un auriga, ma per una squadra.

La squadra, secondo lo scrittore, non è altro che un pezzo di stoffa colorato, e proprio per questo la foga con cui la folla acclama le factiones è assolutamente inconcepibile.

Un altro tipo di competizione soggetta a tifo sfrenato erano i munera, cioè i ludi gladiatorii che si svolgevano negli anfiteatri. Strumenti di propaganda elettorale e prestigio politico, i combattimenti dei gladiatori inflissero un colpo durissimo alle casse statali, specialmente quando vennero utilizzati costantemente dagli imperatori per assicurarsi il consenso delle masse. I gladiatori potevano essere schiavi, prigionieri di guerra o anche uomini illustri in cerca di emozioni, addestrati in apposite scuole, che combattevano a coppie (paria) o contro animali esotici (venationes) in particolare del Nord Africa. La peculiarità di questi spettacoli violenti e sanguinari, era che la sorte dei gladiatori che sopravvivevano ai combattimenti dipendeva dal pubblico. Gli spettatori potevano decidere di salvare la vita al vincitore oppure, se erano particolarmente desiderosi di morte, di fargli affrontare un altro nemico.

Lo storico Tacito racconta negli Annales che nel 59 d.C., durante uno spettacolo gladiatorio, nell’anfiteatro di Pompei, scoppiò una rissa tra le opposte tifoserie dei Nocerini e dei Pompeiani, che degenerò in strage. Gli “ultras”, venuti prima alle mani poi ai coltelli massacrandosi tra loro, causando la sospensione delle manifestazioni a Pompei per dieci anni, lo scioglimento dei collegia e l’esilio di colui che aveva organizzato l’evento. L’episodio destò tale scalpore che venne rappresentato in un affresco, ritrovato in una villa pompeiana.

1 Weber, pag. 115

2 Weber, pag. 79

3 Weber, pag. 71

Weber, 71

BIBLIOGRAFIA

Veyne, P. (1984), Il pane e il circo. Sociologia storica e pluralismo politico (1976), Il Mulino, Bologna.

Weber, C. W. (1986), Panem et circenses. La politica dei divertimenti di massa nell’antica Roma (1983), Garzanti Editore, Milano.

MAGISTERMATTE

Ho avuto una vita rocambolesca, è impossibile descriverla in poche righe. Fin da quando ero bambino il mio temperamento irriflessivo mi ha causato un sacco di guai. Ero refrattario alle regole e mi rendevo protagonista di gesti sostanzialmente irragionevoli, dettati perlopiù dalla mia innaturata sconsideratezza. Nel baillame degli anni a venire mi avvicinavo sempre più a quel mondo di gente sconclusionata, uno strambo campionario di tossicomani della peggior risma, ubriaconi puzzolenti, artisti squattrinati, geni incompresi, avvocati deliranti, psicopatici, studenti ripetenti, cialtroni. Sono caduto per la via annusando da vicino e toccando con mano i sotterranei dell’esistenza. Guardare le cose dal fondo, da ultimo, con leggerezza, può riservare sorprese. Mi sono rialzato. Desideravo da molto tempo avere uno spazio dove esprimermi e dare libero sfogo alla mia spiccata e incontenibile curiosità verso le cose della vita. Di seguito trovate le mie impressioni. Chiunque ritiene di avere bisogno, anche solo parzialmente, di questa mia misera produzione intellettuale può saccheggiare liberamente con il mio consenso. Scrivo per soddisfare essenzialmente un piacere personale, poiché mi fa sentire sereno, in pace.