IL LAVORO DOMESTICO IN ITALIA AI GIORNI NOSTRI

di Matteo Kogoj

INTRODUZIONE

Quello delle badanti, colf e baby sitter è un mercato con molte zone d’ombra. Questo personale di servizio è costituito in misura crescente da stranieri, e in particolare da straniere. Nove volte su dieci, infatti, la colf, la badante o la baby sitter è donna -o ragazza- e spesso lavora senza regolare contratto. La richiesta di personale per l’assistenza casalinga è in continuo aumento. Ad esempio, nel caso delle cosiddette badanti, la causa è principalmente dovuta al fenomeno dell’invecchiamento della popolazione del nostro paese ed alla conseguente crescita del numero di anziani non più autosufficienti che hanno bisogno di cure domestiche. Le famiglie italiane, ed in particolare il sempre più elevato numero di anziani, hanno bisogno di assistenza domestica e lo Stato non è in grado di far fronte alla richiesta degli assistiti. Secondo una recente ricerca sull’immigrazione realizzata dal Ministero dell’Interno, dopo il lavoro in fabbrica, le principali professioni tra gli stranieri sono l’attività come badante e colf e questo perché, per le immigrate, trovare un impiego come badante, è una delle poche prospettive di lavoro in Italia. Sono le nuove forzate del lavoro domestico, che lavano panni sporchi di casalinghe ossessive o che intrattengono bambini viziati che hanno ormai tutto. Per quanto poi non ci si pensi, queste persone hanno una casa propria che è scenario di vite quotidiane e familiari, di rapporti affettivi e amicali. Emigrate da paesi lontani, giunte in Italia per cercare di entrare nel mondo dorato del lavoro occidentale. Spesso sono laureate, hanno viaggiato, parlano diverse lingue. Si trovano catapultate nelle grandi città italiane diventando ostaggio delle famiglie per cui prestano servizio, subendo in prima persona, quotidianamente dolori e sofferenze. Come ci suggerisce Cristina Morini in La serva serve, queste donne da lei intervistate, gettano uno sguardo intimo e disincantato sulle famiglie italiane, sui loro padronie ci rendono partecipi di una condizione lavorativa sempre più diffusa.

MESTIERI SERVILI

In Italia il ricorso al lavoro servile sta diventando un fenomeno significativamente rilevante. Le colf, baby sitter, badanti, camerieri, governanti, bambinaie, dame di compagnia e così via costituiscono un insieme di persone che si rendono protagoniste di una trasformazione della realtà sociale, di un nuovo profilo del mondo del lavoro. Arrivano migranti a decine di migliaia, di diverse nazionalità, nella maggior parte dei casi persone con un’elevata formazione culturale, attratti dalla crescente domanda di lavoro di servizio, di prestazione di cura dentro le famiglie italiane. Un terziario umile quello che vende servizi e cure personali, domestiche, sessuali, al ristretto strato dei padroni e dei salariati ben retribuiti. Secondo l’autrice Cristina Morini, proprio dentro una materia antica come il lavoro servile, di sfruttamento e di abuso della forza lavoro in senso tradizionale, è possibile rintracciare stimoli alla riflessione su questi lavoratori.1Perché si parla di mansioni servili? Il lavoro autonomo di seconda generazione spesso significa paga in nero, esempio estremo di flessibilità di flessibilità. Non esiste alcuna forma di riconoscimento contrattuale, di trattamento, di esistenza di un rapporto di lavoro. Come se non bastasse, a ciò si aggiunge la variabilità di trattamento in termini economici e l’impossibilità di una contrattazione salariale corretta, se solo teniamo conto dei vincoli di bisogno. In questo ambito emerge l’idea che più lavori e più guadagni. Ecco che la giornata lavorativa di questi uomini e di queste donne non ha potenzialmente confini. Dopo tutto questo è vero per le persone che lavorano stabili fra le mura domestiche. Alla luce di quanto detto risulta pressoché complicato avere un ambito di vita proprio e separato rispetto a quello di lavoro.

Il luogo di lavoro (la casa della signora) e il posto dove si vive (la stanzetta, a casa della signora) sono tutt’uno. Il tempo per sé, il tempo di “non lavoro”, è rappresentato dalla “mezza giornata libera” (una mezza giornata libera) che è, comunque, spesso condizionata dai bisogni della famiglia che ti dà lavoro. (Morini, 2001: 21)

Esiste spesso una mobilità altissima: queste persone non vengono soltanto da altri paesi, ma cambiano facilmente posto e luogo di lavoro.

Il contenuto del lavoro relazionale all’interno di queste attività è piuttosto elevato, soprattutto per le persone che si occupano dei bambini e degli anziani, nell’ambito dei servizi alla persona. In tutte le esperienze raccolte nel libro La serva serve, appare decisivo il valore fondamentale espresso dalla conoscenza della lingua, viatico all’acquisizione di maggiore potere. Al contrario, se non la sai ti senti uno stupido.2In quest’ottica le capacità relazionali diventano il valore aggiunto dell’operato della persona che lavora come colf o come baby sitter, rappresenta cioè l’elemento a cui aggrapparsi per autovalorizzarsi.

Nel lavoro servile o di cura non vengono riscontrati forti elementi di alienazione, per il semplice fatto che esiste un rapporto immediato con il frutto del proprio esercizio, semmai si evidenzia una relazione di comando nella contrattazione di una disponibilità più piena e personale. Così non avviene nelle imprese di pulizie o nelle case di riposo per gli anziani, dove accanto a rapporti di comando si affacciano stati di alienazione del lavoro.

La grande novità è inoltre il processo di sostituzione, dove la donna italiana mantiene la posizione sul mercato del lavoro e con i suoi figli rimane la donna straniera.

Queste considerazioni sul lavoro domestico non possono fare riferimento ad un ragionamento che riguarda lo sfruttamento cosiddetto classico. L’orario e il salario sono le variabili maggiormente messe in discussione dagli stessi operatori domestici. Sono normali dodici o quattordici ore di lavoro per colei /colui che è occupata/o a ore, ovvero senza che le/gli vengano riconosciute ore straordinarie? La retribuzione minima per le colf e badanti stabilita per legge prevede:

  1. PRIMA CATEGORIA SUPER euro 1.200.000 (solo lavoratori in possesso di diplomi specifici)

divisore orario per convivente: 208 = euro 5.77

divisore orario per non convivente: 173 = euro 6.94

  1. PRIMA CATEGORIAeuro 1.150.000 (solo lavoratori con piena autonomia decisionale)

divisore orario per convivente: 208 = euro 5.53

divisore orario per non convivente: 173 = euro 6.65

  1. SECONDA CATEGORIAeuro 850.000 (lavoratori senza autonomia decisionale, senza diploma ma con esperienza lavorativa)

divisore orario per convivente: 208 = euro 4.09

divisore orario per non convivente: 173 = euro 4.91

  1. TERZA CATEGORIAeuro 750.000 (lavoratori senza esperienza lavorativa)

divisore orario per convivente: 208 = euro 3.61

divisore orario per non convivente: 173 = euro 4.343

Questo trattamento è riservato ai lavoratori regolari. Per gli irregolari il discorso è diverso, a loro è destinata soltanto la regola della disponibilità personale. Chiunque ha bisogno di lavoro può accettare di prestare servizio per cifre più basse. Lavorando in nero dopo un po’ di anni di esperienza, la retribuzione può salire. Su un milione di domestiche e assistenti domiciliari stranieri a servizio nel nostro paese, solo 200.000 sarebbero in regola, secondo l’INPS.4Non ci dimentichiamo che stiamo parlando di migranti, a cui quindi sono connessi inevitabilmente problemi e sofferenze. Le donne intervistate dalla Morini, attraverso il racconto della loro storia personale descrivono episodi di ordinario razzismo, paghe in nero, licenziamenti frettolosi, la mancanza di garanzie, la fatica di vivere in casa d’altri, la fatica di rapportarsi con chi ti è padrona/o, il sogno di cambiare lavoro, di essere valutata non per come stiri ma per ciò che sei. Il senso di sradicamento, frantumazione degli immaginari (il più delle volte hanno sperato di poter fare questo genere di lavoro per un periodo limitato), solitudine, difficoltà di integrazione, pregiudizio: sono queste le esperienze più evidenti nel vissuto di queste donne. Racconti orali, carichi di emozioni, di vita, di piccoli fallimenti e svolte, di contraddizioni e di desiderio. In questi racconti tanta parte ha il passato. Si ricorre alla memoria come al filo conduttore per ricucire la propria storia, la propria identità, il proprio valore di persona nel mondo. Nel passato, negli affetti della famiglia d’origine, nelle tradizioni della propria terra, si ritrova il conforto della propria umanità. Nel nuovo paese sei spesso vista come diversa e lavoratrice. Diversa perché lavoratrice. Clandestina e lavoratrice, clandestino e lavoratore. Non è soltanto un ragionamento esclusivamente di genere poiché è possibile generalizzarlo, sono infatti molti gli immigrati maschi che svolgono servizio come camerieri o accompagnatori di anziani. Può invece essere una riflessione sulla migrazione e sul lavoro servile, sul lavoro di cura -che comunque è svolto perlopiù dalle donne-.

IL MERCATO DEL LAVORO DOMESTICO IN ITALIA

Il lavoro domestico è un settore dell’economia troppo spesso trascurato, di certo non trascurabile. Da quasi trent’anni l’esistenza di considerevoli possibilità di impiego nel lavoro domestico è stata e continua a essere uno dei principali fattori che favoriscono e incentivano lo sviluppo di ondate migratorie sul panorama internazionale che coinvolgono, dunque al nostro paese. Le dinamiche e le caratteristiche del mercato del lavoro domestico rivestono una notevole rilevanza per chi voglia comprendere il funzionamento delle migrazioni. Il lavoro domestico ha messo in luce un effetto di cambiamento nella struttura sociale italiana e ha modificato profondamente l’esistenza di un’offerta di lavoro di cura nella famiglia italiana, perlomeno in alcuni strati sociali. Il lavoro domestico straniero ha prodotto e produce conseguenze sulle scelte riproduttive delle donne, così come degli uomini, sulla domanda di servizi, sul mantenimento al proprio domicilio degli anziani. Le condizioni e le dinamiche del lavoro domestico straniero rappresentano un argomento importante per individuare e comprendere il mutamento sia dei sistemi migratori sia in seno alla società italiana stessa. Si tratta di un tema che è stato trascurato nel dibattito pubblico negli ultimi decenni, basato sull’erronea convinzione che si trattasse di un segmento residuale del mercato del lavoro.

Al fine di analizzare in modo corretto caratteristiche, dinamiche e relazioni dei flussi migratori, uno dei principali problemi è quello di disporre di informazioni sufficientemente affidabili. Di fatto gli studiosi del lavoro domestico straniero si trovano di fronte a un campo che presenta seri problemi di reperimento delle informazioni:

alle ben note difficoltà di ottenere informazioni adeguate sui sistemi migratori, si aggiunge quella di conoscere la struttura e gli andamenti di un mercato del lavoro con una forte, anzi fortissima, componente irregolare o semi-irregolare. (Catanzaro & Colombo, 2009: 10)

Nel mercato del lavoro domestico le relazioni lavorative portano il migrante a stretto contatto con la vita privata del datore di lavoro, ciò comporta una serie di scelte fiduciarie, che cancellano la distinzione tra luogo di lavoro e abitazione, e implicano intricati processi di adattamento reciproco tra aspettative molto diverse. Colmare almeno in parte queste lacune rappresenta una sfida per gli studiosi, uno degli obiettivi della ricerca.

In Italia dall’Unità in avanti, i domestici registrati presso le famiglie hanno conosciuto una flessione secolare, con periodi di ripresa rapida ma di breve durata. Prendendo ad esempio una delle fonti più attendibili su questo andamento, il censimento, si può notare quanto segue:

[…] i domestici sono calati da quasi mezzo milione nel 1961 a meno di 400 mila dieci anni dopo, per risalire nel 1881 ancora al di sopra del mezzo milione. Dal censimento successivo, condotto però a vent’anni di distanza visto il salto del censimento del 1891, il numero di addetti riprende a diminuire, ma tale flessione si arresta e si inverte di segno in epoca fascista. I censimenti del 1931 e quello del 1936 mostrano una nuova crescita e, anzi, quest’ultimo fa registrare un picco, con oltre 560 mila addetti. Il quarantennio 1951-1981 del dopoguerra è caratterizzato da un lungo ciclo calante, che porta a meno di 200 mila, una quota irrisoria sia degli occupati che della popolazione attiva. I censimenti successivi non permettono di continuare la serie a causa di cambiamenti nelle definizioni, ma se consideriamo la categoria degli addetti ai servizi domestici presso famiglie e convivenze, più ampia della precedente, sembra che si possa dire che il calo prosegua fino al 1991, mentre nel 2001, per la prima volta dopo oltre mezzo secolo, il numero di domestici in Italia riprende a crescere. (Catanzaro & Colombo, 2009: 12)

La situazione italiana comparata con quella degli altri paesi europei (sui quali peraltro disponiamo di studi storici attendibili), presenta tradizionalmente un numero di addetti ai servizi domestici contenuto. Anche se l’andamento della quota di domestici sul totale della popolazione occupata o attiva non ha avuto una storia diversa da quella della Francia, della Germania o del Regno Unito. In tutti i paesi europei per i quali si dispone di dati nel periodo che va dal XIX° secolo all’inizio del XX° secolo, il numero di domestici presenta un andamento simile. Tra il 1880 e il 1881 ha raggiunto un picco, poi è andata riducendosi. Questa tendenza alla diminuzione è proseguita nei decenni successivi, con un’unica eccezione costituita dagli effetti della “grande depressione” e gli orientamenti politici del periodo, provocarono un’inversione di tendenza e una nuova fase di crescita della quota di addetti ai servizi domestici sul totale della popolazione attiva in alcuni paesi europei. Ben inteso che il periodo post-bellico segnò nuovamente una stagione di declino e a partire dagli anni Ottanta alcuni paesi toccarono il loro minimo storico. A ciò va aggiunto che l’analisi dei dati relativi agli ultimi anni, tuttavia, ci avverte che la tendenza al declino non appare irreversibile, quantomeno per alcuni paesi. Ad esempio, in Norvegia il declino si era arrestato e la propensione si era invertita. Un andamento confermato dal censimento successivo. Anche in Germania il declino si arresta nel 1980, e nel 1990 si registra una lievissima crescita. Se si guarda al caso italiano, durante gli anni Novanta e Duemila si osserva una ripresa, seppur debole. Come quanto suggerito dagli autori di Badanti & Co., l’ipotesi che sia realmente avvenuta un’inversione di tendenza va presa con molta cautela, visto che i dati dei censimenti ci aiutano a capire solo una piccola parte del fenomeno.5

Attualmente in Italia una quota superiore al 10% del del totale delle famiglie (circa 2.671.000), ha fatto ricorso a qualche forma di servizio privato; questo dato percentuale registra una crescita, per quanto non particolarmente sensibile. Poco più di dieci anni fa le famiglie italiane che avevano personale di servizio in casa superavano di poco il 9% del globale.6Un’indagine del 1949, su un campione di oltre 1.500 donne, l’istituto di ricerche sociali DOXA rilevava la presenza di personale di servizio nel 36% delle intervistate. Di questo personale una metà esatta risultava dormire in casa dei datori di lavoro, mentre l’altra metà a ore (DOXA 1956). Un dato questo probabilmente sovrastimato per effetto di una rilevazione condotta su un campione selezionato. Eppure cinque anni più tardi l’ISTAT, in un’indagine sui bilanci delle famiglie non agricole registrava livelli aggregati di spesa per servizi domestici privati elevati, soprattutto se comparati con quelli che si rileveranno negli anni successivi.7Si deduce che una quota piuttosto importante di famiglie fruiva di questi servizi. Negli anni successivi i livelli aggregati di spesa mensile per questa voce presero a calare vistosamente. A metà degli anni Ottanta le famiglie che avevano fatto ricorso a servizi domestici erano meno del 2% del complessivo, e la quota di reddito spesa destinata ad essi non superava lo 0,2% dell’aggregato delle spese mensili. Sia l’offerta che la domanda era, dunque, fortemente contenuta. L’indagine presentata nel volume Badanti % co. ci permette di avere maggiori informazioni sull’ampia varietà di attività svolte dalle lavoratrici non solo in casa, ma anche fuori. Si è ormai diffusa l’idea che gran parte del personale di servizio sia costituito proprio dalla figura delle assistenti familiari che si prendono cura di persone non autosufficienti, perlopiù anziani, in misura minore disabili. Ciononostante gran parte del personale assunto nelle nostre case è costituito ancora dalle collaboratrici domestiche, ovvero le “colf”. Soltanto poco più di un quinto del totale di famiglie che hanno fatto ricorso a personale di servizio è costituito dalle cosiddette “badanti”. Si ricorda che circa un quinto delle famiglie -comprese le famiglie unipersonali- includono un, o più frequentemente una, settantacinquenne. Del tutto secondario, e per certi versi anche in declino, appare invece il contributo dato dalle baby-sitter al complesso delle famiglie che fanno ricorso al personale domestico salariato al proprio servizio.8

DALLE DOMESTICHE DI CASA NOSTRA ALL’INVASIONE STRANIERA

Fino agli anni Sessanta era in prevalenza dall’Alto Adige, dalle campagne del Veneto, dal Trentino, dagli Abruzzi, dalla Sardegna, dal Friuli-Venezia Giulia, oppure dalle campagne circostanti i grandi centri urbani, che proveniva la gran parte delle domestiche che entrava a servizio nelle case degli strati superiori delle popolazioni urbane, in particolare Milano, Torino, Genova e Roma. Tuttavia non mancava una componente di migrazione dall’estero. Nei primi anni del Novecento era dalla Germania, dall’Impero austro-ungarico, dalla Jugoslavia che provenivano modesti contingenti di addetti ai servizi domestici.9Nell’immediato secondo dopoguerra è stata la Spagna (in particolare le regioni delle Asturie, Catalogna e Navarra) a fornire le domestiche straniere come mostravano le indagini condotte soprattutto per interessamento dell’associazione professionale.10Si trattava di fenomeni di breve raggio e di durata modesta, destinati a lasciare poche tracce. Soltanto a partire dagli anni Settanta è iniziato un lento ma rilevante cambiamento, via via ampliandosi progressivamente, fino a rivelarsi negli anni Novanta. Abbiamo già sottolineato il fatto che tra le donne italiana, il numero di addette ai servizi domestici aveva preso a diminuire. Se da una parte un numero di addette usciva per sopraggiunti limiti di età, dall’altra era sempre più raro che nuove lavoratrici vi entrassero. Tanto per sciorinare qualche dato: nel 1992 l’INPS contava oltre 200 mila posizioni contributive aperte nei confronti di addette di nazionalità italiana, dieci anni più tardi si erano ridotte a 130 mila. Contemporaneamente a questo fenomeno se ne affiancava un altro di tendenza opposta, ovverosia il crescente numero di lavoratrici e lavoratori stranieri. Nel 1996 le straniere occupate nei servizi domestici raddoppiano in valore assoluto e per la prima volta nella storia superano per numero le italiane. Nel 2002 la quota di colf e badanti stranieri raggiunge il 76% sul totale degli addetti.

Questo sorpasso è riscontrabile anche nel linguaggio di senso comune. A espressioni come “la donna” o la “la colf” si sono affiancati, o in parte via via sostituiti, la filippina, la rumena, la ucraina o la badante. Esistono tuttavia grandi differenze tra italiane e straniere a secondo dei ruoli che ricoprono nell’esercizio domestico. La quota di italiane/i è di gran lunga preponderante su quella di straniere/i nel caso della figura professionale della baby-sitter e, in misura minore, nel caso delle colf. Si ricorda peraltro che comunque tra le colf, le italiane sembrano calare lievemente negli ultimi dieci anni, mentre le straniere crescono, tanto che oggi la quota che occupano è più di tre volte maggiore di quella registrata dieci anni fa. Diverso è il discorso nel caso dell’assistenza a persone anziane e disabili. Il numero di assistenti familiari a servizi di cura a persone anziani o disabili è cresciuto esponenzialmente negli ultimi dieci anni. Si desume che nelle indagini sociali vi sia una certa reticenza nel dichiarare la provenienza geografica del personale di servizio, in parte anche per timori di controlli di natura fiscale su dipendenti non sempre in regola.

Il servizio domestico, dunque, risulta sempre più come da immigrate, e questa tendenza appare ulteriormente accentuato se parliamo di domestiche fisse o coresidenti. In linea generale il servizio domestico fisso ha dimensioni modeste. Secondo un’indagine ILFI11nel 2002, le famiglie italiane che avevano ospitato domestiche italiane o straniere erano circa il 5% del totale di famiglie che, durante l’anno, si erano avvalse del servizio a pagamento di una o più persone che le aiutassero negli esercizi domestici e nella cura dei familiari. Tuttavia le proporzioni del lavoro coresidente crescono tra le assistenti familiari addette alla cura di persone anziane o disabili, e ancora maggiormente, tra le lavoratrici straniere. In realtà va aggiunto che esistono fra queste lavoratrici differenze sostanziali. La condizione di domestica coresidente è soprattutto frequente tra le immigrate di più recente arrivo, prive di un regolare permesso di soggiorno, che hanno alle spalle esperienze professionali brevi o nulle, e che appartengono a nazionalità emergenti o nuove nel contesto immigratorio italiano. Poter vivere sotto lo stesso tetto della persona di cui ci si prende cura rappresenta per lavoratrici con le suddette caratteristiche, un rifugio utile per il primo insediamento. Infatti, esso appare come una tappa di una carriera lavorativa-migratoria. Nondimeno una porzione di queste lavoratrici questa tappa può rivelarsi un destino, o perlomeno una tappa piuttosto lunga.

Questo trasferimento, tradizionalmente associato al ruolo femminile crea uno scambio diseguale. Le energie che vengono a mancare nei paesi occidentali, con il cospicuo ingresso delle donne migranti nel mondo lavorativo vengono sottratte, tuttavia, a questi paesi, spesso con conseguenze devastanti per le famiglie che le migranti si lasciano alle spalle. Se è vero che queste donne colmano il deficit di cura dei paesi ricchi, tanto lo ricreano nel loro paese d’origine.

Indubbiamente la povertà svolge un ruolo determinante nella scelta che spinge la dona a partire, però, spesso le migranti non appartengono alle classi più povere delle loro società.

I governi di alcuni paesi di provenienza incoraggiano attivamente le donne a migrare alla ricerca di lavori connessi alla sfera domestica, calcolando che probabilmente invieranno alle famiglie i soldi faticosamente guadagnati, invece di spenderli per sé come farebbero forse le controparti maschili. Queste rimesse hanno un impatto significativo sulla vita dei figli, dei genitori, dei fratelli e su una più vasta rete di parenti, oltre che sui parenti del Terzo Mondo in bolletta.12

Emblematico, ad esempio, è il caso delle Filippine, in cui le overseas contract workers sono considerate come eroine dell’economia nazionale.13

A influenzare la decisione delle donne a migrare ci sono anche fattori non economici, o perlomeno fattori che non sono direttamente connessi all’economia. Con l’emigrazione una donna può sottrarsi all’obbligo di occuparsi dei membri anziani della famiglia, o di consegnare il proprio salario nelle mani del marito o del padre, o di sottomettersi a un compagno violento. La globalizzazione della cura dei figli e dei lavori domestici in generale, accomuna le donne ambiziose e indipendenti di tutto il mondo.14

Molto spesso ci si riferisce al personale domestico in termini esclusivamente femminili, eppure almeno fino alla metà del Settecento -in Italia, e così nel resto d’Europa-, molte delle numerose figure che componevano questa categoria (come semplici lavoranti, apprendisti, maggiordomi, cocchieri e tanti altri) fossero perlopiù appartenenti al genere maschile. A partire dalla metà del Settecento fino all’Ottocento avvengono tre importanti mutamenti in questo campo:

  1. aumenta il numero delle donne tra le persone di servizio;

  2. cambia la relazione tra classe sociale delle famiglie e composizione di genere del loro personale di servizio, cosicché i servitori di sesso maschile saranno prerogativa delle classi superiori;

  3. i servitori maschi si riducono numericamente a poche unità che svolgono questa attività tendenzialmente a vita, mentre le donne tendevano a limitare l’attività a una fase del loro ciclo di vita.15

Attualmente in Italia, la componente maschile rappresenta un ruolo modesto sotto l’ordine delle dimensioni. Ciononostante, se consideriamo separatamente il personale di servizio italiano e straniero, è riscontrabile una forte differenza di componente maschile. In un’indagine dell’INPS16nel 2006 sugli oltre 130 mila lavoratori italiani registrati, meno del 4% era di sesso maschile, mentre tra i 340 mila lavoratori domestici stranieri, la quota di maschi superava il 12% [ed era stata alla fine degli anni Novanta, poco meno di un terzo (31%)]. Questo aumento del numero di domestici maschi nel nostro paese è dovuto al contributo di alcune specifiche nazionalità. Gli autori Catanzaro e Colombo, analizzando i dati relativi ai recenti decreti flussi emananti dal governo nel triennio 2005-2007, osservano come la quota di uomini tra coloro che hanno presentato istanza di prima assunzione per servizio domestico presso lo sportello unico per l’immigrazione nel triennio 2005-2007 è del 97% tra i provenienti dal Bangladesh, del 85% tra i provenienti dall’India, del 68% tra i provenienti dallo Sri Lanka e del 31% tra i provenienti dalla Filippine. Nel 1977, secondo l’INPS, il 6% dei domestici era composto da maschi, nel 1985 lo era ormai solo meno del 3% del totale.

ULTERIORI INFORMAZIONI SULLA COMPOSIZIONE OCCUPAZIONALE

Analizziamo di seguito la composizione per età e per stato civile del personale di servizio straniero che oggi lavora nelle famiglie italiane. Si osserva come accanto alle donne giovani, nubili e senza figli, esiste una porzione numericamente piuttosto rilevante di donne adulte, coniugate -o più spesso, separate, divorziate o vedove- con figli, di età superiore ai 40 anni. Anche il peso delle non nubili è relativamente elevato. Nelle nazionalità in cui è più alto il contributo al settore dei servizi domestici, la quota di coniugate, separate, divorziate e vedove cresce, rispetto a quanto accade tra le straniere appartenenti a nazionalità in cui il servizio domestico occupa un ruolo marginale. Questa differenza descritta pare essere accompagnata alla struttura di opportunità del paese di arrivo. Dopotutto, le assistenti familiari e domestiche fisse o coresidenti, necessitano di una forza lavoro svincolata da impegni familiari e disponibile a vivere sotto lo stesso tetto delle persone di cui dedicano cura. Le donne prive di impegni coniugali poiché separate, divorziate o vedove, e con un progetto migratorio fortemente orientato alla promozione sociale dei figli, sono più coerenti con questa specifica domanda.

L’espandersi del settore dei servizi privati alle famiglie e i radicali cambiamenti nella composizione interna degli addetti a tali servizi e persino delle famiglie che li acquistano, sono in gran parte le conseguenze di un’offerta caratterizzata da prezzi contenuti e di elevata disponibilità ad adattarsi a condizioni d’impiego particolarmente ingrate.

Il nuovo lavoro domestico si è sviluppato in larga misura al di fuori di un contesto di regole chiaramente stabilite e condivise, e lo stesso si può affermare per le forme, in gran parte spontanee, in cui è avvenuto l’incontro tra offerta e domanda da parte delle famiglie. Eppure, accanto a tali processi spontanei, un ruolo rilevante è stato esercitato dalle politiche migratorie. Queste, anziché subire passivamente i processi descritti, hanno contribuito a selezionarne dimensioni e forme, e hanno finito con generare il modello che ci troviamo ora di fronte.

Il nostro paese ha sostanzialmente adottato una linea di reclutamento attivo e selettivo, rivolto ai segmenti più dequalificati del mercato del lavoro, nel tentativo di mantenere stabile un modello di welfare su cui pesano sempre di più i cambiamenti socio-demografici e che si basa sul ruolo assai evidente delle famiglie. Si sono privilegiati i trasferimenti diretti alle famiglie e il ricorso al mercato, piuttosto che rendere disponibili servizi pubblici adeguati, di strutture che eroghino servizi di cura, oppure l’incoraggiamento dei carichi di lavoro familiare tra i membri delle stesse.

L’analisi secondo la nazionalità e il tipo di contratto di lavoro per il quale è stata presentata una domanda di ingresso dall’estero nell’ambito delle quote previste dai decreti flussi per il periodo 2005-2007 conferma la forte segregazione nel servizio domestico conosciuta dalle lavoratrici domestiche di alcune specifiche nazionalità. Durante quel triennio la quota do domestiche sul totale delle domande raggiungeva i valori più elevati tra le persone originarie di sole sei paesi: Ucraina, Moldavia, Ecuador, Filippine, Sri Lanka e Perù. E al di sopra dei 45 anni tutte erano entrate per far le colf o le assistenti domiciliari. Esiste quindi nel dibattito accademico, l’ipotesi che ci siano specificità etniche, riconducibili a predisposizioni culturali o psicologiche, alla base dell’ingresso massiccio delle donne di alcuni paesi in mansioni di cura.

Risulta possibile che una parte della segregazione occupazionale di alcune nazionalità del mercato del servizio domestico dipenda da preferenze esplicite “etnico-razziali-religiose” dei datori di lavoro. Due fenomeni, in particolare, spingono a prendere in considerazione tale fattore come fra quelli più importanti nella costruzione della segregazione occupazionale. Il primo è la modestissima, o pressoché nulla, presenza di immigrati africani in questo settore. Il secondo è la preferenza per immigrati provenienti da paesi cattolici, o comunque a maggioranza cristiana. I paesi dai quali provengono i contingenti più numerosi di donne, e in misura inferiore gli uomini, assunti nelle case di famiglie italiane sono a maggioranza cattolica (Filippine, Polonia, Ecuador, Perù) od Ortodossa (Ucraina, Romania, Moldavia). Certo, si potrebbe contestare che alcuni paesi che forniscono contingenti di dimensioni non del tutto trascurabili al servizio domestico non siano per niente a maggioranza cristiana, come nel caso dello Sri Lanka a maggioranza buddista o dell’Albania a maggioranza musulmana. Eppure esistono prove per affermare che il personale di servizio proveniente da questi paesi sia in larga misura selezionato proprio tra le minoranze cristiane, infatti gli oltre due terzi delle 39 albanesi intervistate per la ricerca Prin 200417sono cattoliche o ortodosse, e tra le poche musulmane, alcune hanno battezzato i figli e impartiscono loro un’educazione cattolica. Lo stesso situazione è stata rilevata anche fra le srilankesi.

CONCLUSIONI

Le lavoratrici non vengono sfruttate e sottopagate -spesso anche in nero- unicamente nel cosiddetto Terzo Mondo. Accade altresì a Milano. Succede che decine, forse centinaia di ucraine, moldave, russe e rumene -per non parlare di filippine, cui tale sorte spetta ormai da lustri- sono destinate a fare le domestiche a tempo pieno per 700 euro a mese, persino a meno; e qualora provassero a rivendicare i loro diritti rischierebbero di essere ricattate: “Se ti azzardi a denunciarci, ti facciamo sbattere fuori dall’Italia!”. Ebbene sì, esiste un mercato all’aperto di queste nuove schiave. Si svolge il sabato e la domenica pomeriggio, in Piazza Luigi Savoia, accanto alla Stazione Centrale. Dozzine di donne dell’Est europeo si ritrovano nei giardinetti nell’attesa che qualcuno le avvicini con la solita proposta: “Vuoi lavorare in casa? Vuoi fare la donna delle pulizie?” La risposta è inevitabilmente sì. Hanno bisogno di lavorare, anche un impiego da cinque quattrini può essere la manna dal cielo. Ecco allora che comincia la contrattazione: “Sono sufficienti 600 euro al mese? Vuoi di più? Possiamo arrivare fino a 800: prendere o lasciare”.

Ma chi sono queste persone che agganciano queste donne? Sono persone di fiducia di famiglie milanesi, spesso famiglie della Milano bene. Ai signori Fumagalli serve una colf sottocosto che lavori tanto e che non abbia grilli per la testa, ovvero busta paga, sindacati, tredicesima, indennità..

Sono alla ricerca di lavoratrici serie, pavide, che sgobbino in silenzio e che non si ribellino. L’importante è che tengano in ordine la casa (di frequente una grande casa, e di lusso). Se poi non hanno una casa in cui dormire, affari loro. Sicché domestiche dell’Est trascorrono la giornata in dimore sontuose del centro di Milano, e dopo cena vengono rispedite nei loro tuguri di periferia: aree dismesse, fabbriche abbandonate, oppure appartamenti in cui dormono stipate come bestie.18Le assistenti domestiche provenienti dall’Est hanno tutte le caratteristiche della perfetta donna di casa: sono oneste, sgobbone, non si prostituiscono, non rubano, non spacciano. Molte di loro hanno livello d’istruzione elevato, parlano l’italiano e benissimo l’inglese, il francese e il tedesco. Dalle loro parti il femminismo non ha attecchito. I regimi comunisti hanno insegnato loro a obbedire tacendo, e loro silenziosamente obbedivano o servivano la patria. E pure ringraziano, poiché non tutte hanno la fortuna di trovare un padrone che ti paga, seppure in nero. E che per dodici ore al giorno ti concede il privilegio di spolverare, scopare e lucidare una casa da sogno, tanto bella che quasi quasi ci lavoreresti gratuitamente, non fosse altro per non aver davanti agli occhi la miseria di una catapecchia, che implacabilmente, ti aspetta quando scende la notte.

BIBLIOGRAFIA

Morini, C. (2001), La serva serve, Edizioni DeriveApprodi, Roma.

Catanzaro, R. & Colombo, A. (2009), Badanti & Co., Ed. Il Mulino, Bologna.

Ehrenreich, B. & Hochschild, A. R. (2004), Donne globali (2002), Ed. Feltrinelli, Milano.

1Morini (2001, pag. 20)

2Morini (2001, pag. 21)

3Contratto nazionale di lavoro colf e badanti 2008http://www.uppi-bologna.it/images/00pdf/CCNLcolf.pdf

4Morini (2001, pag.21)

5Catanzaro & Colombo (2009, pag. 13)

6dati ISTAT, periodo 1996-2001

7Catanzaro & Colombo (2009, pag. 15)

8ibidem (2009, pag. 17)

9Ministero di agricoltura industria e commercio 1915 inCatanzaro & Colombo (2009, pag. 18)

10Acli-colf 1973 in Catanzaro & Colombo (2009, pag. 18)

11acronimo di “Indagine longitudinale sulle famiglie italiane” inCatanzaro & Colombo (2009, pag. 22)

12Ehrenreich & Hochschild (2002, pag. 13)

13Catanzaro & Colombo (2009, pag. 32)

14Ehrenreich & Hochschild (2002, pag. 17)

15Catanzaro & Colombo (2009, pag. 23)

16ibidem (2009, pag. 23)

17n° 2004148043, dal titolo “Nazionalità, genere e classe nel nuovo lavoro domestico. Cambiamenti nella famiglia italiana ed evoluzione dei sistemi migratori”. Catanzaro & Colombo (2009, nota a pag. 7)

18Furlan M. in Morini (2001, pag. 141)

MAGISTERMATTE

Ho avuto una vita rocambolesca, è impossibile descriverla in poche righe. Fin da quando ero bambino il mio temperamento irriflessivo mi ha causato un sacco di guai. Ero refrattario alle regole e mi rendevo protagonista di gesti sostanzialmente irragionevoli, dettati perlopiù dalla mia innaturata sconsideratezza. Nel baillame degli anni a venire mi avvicinavo sempre più a quel mondo di gente sconclusionata, uno strambo campionario di tossicomani della peggior risma, ubriaconi puzzolenti, artisti squattrinati, geni incompresi, avvocati deliranti, psicopatici, studenti ripetenti, cialtroni. Sono caduto per la via annusando da vicino e toccando con mano i sotterranei dell’esistenza. Guardare le cose dal fondo, da ultimo, con leggerezza, può riservare sorprese. Mi sono rialzato. Desideravo da molto tempo avere uno spazio dove esprimermi e dare libero sfogo alla mia spiccata e incontenibile curiosità verso le cose della vita. Di seguito trovate le mie impressioni. Chiunque ritiene di avere bisogno, anche solo parzialmente, di questa mia misera produzione intellettuale può saccheggiare liberamente con il mio consenso. Scrivo per soddisfare essenzialmente un piacere personale, poiché mi fa sentire sereno, in pace.