L’AUTUNNO ERA CALDO: LE RAGIONI DEI LAVORATORI

di Matteo Kogoj

INTRODUZIONE

Nel periodo compreso tra il 1969 e 1981, le vicende politiche e le questioni sindacali italiane sono state colpite almeno due volte dai profondi mutamenti avvenuti nell’azione sindacale e dalle loro conseguenze. Il primo trauma si è verificato durante l’autunno caldo del 1969, il quale ha dato inizio a un periodo di conflitto intenso e radicalizzato. Il rafforzamento delle organizzazioni sindacali ha causato la rottura del tradizionale sistema di relazioni industriali che era lentamente emerso negli anni ’60, e che era basato su un misto di debolezza sindacale e di paternalismo padronale. Questo momento storico ha dato origine al mutamento più significativo nei rapporti di forza fra gli attori politici dal dopoguerra: i sindacati e il PCI sono infatti diventati gli attori emergenti nella vita politica italiana. Al contrario, gli avvenimenti noti come “la svolta dell’EUR” del 1978 sono stati interpretati come un rovesciamento di queste tendenze.1

L’azione sindacale e le relazioni industriali prima del 1968 mostrano caratteristiche differenti nelle due fasi, cosicché il periodo 1948/’68 viene convenzionalmente diviso negli anni Cinquanta e negli anni Sessanta. Negli anni ’50 sia la situazione del mercato del lavoro che quella politica erano decisamente sfavorevoli ai lavoratori. A causa dei licenziamenti avvenuti negli anni della ricostruzione e dell’ammodernamento tecnologico portato avanti durante questo decennio, la disoccupazione rimase elevata e la domanda di lavoro piuttosto limitata durante tutto il periodo. La situazione politica era caratterizzata dall’esclusione dei comunisti dal governo e dal clima della guerra fredda. In queste condizioni gli scioperi erano difficili e dunque pochi. Gli iscritti ai sindacati diminuirono in modo lento ma costante durante questo periodo, e si assistette a un netto calo partecipativo alle attività sindacali. L’attività sindacale e la contrattazione in particolare rimasero piuttosto centralizzate. In una tale situazione di debolezza organizzativa dei sindacati, gli imprenditori godevano di una libertà d’azione pressoché totale. Potevano licenziare gli attivisti sindacali, pagare “salari neri” dove le condizioni di mercato suggerivano forme di slittamento salariale. Un sistema formale di relazioni industriali era perciò sostanzialmente inesistente nei luoghi di lavoro, perché il grado di riconoscimento del sindacato da parte delle aziende era assai basso. La situazione di debolezza nel mercato del lavoro e nelle fabbriche accentuava la dipendenza dei sindacati dai partiti a cui erano legati. La CISL e la UIL, infatti erano organizzazioni minoritarie, scarsamente radicate fra gli operai dell’industria, il loro unico vantaggio sulla CIGL non derivava tanto dal fatto di comportarsi talora come sindacati filo-aziendali, bensì invece dalle garanzie politiche che potevano offrire agli imprenditori. La strategia adottata dalla CIGL era fortemente influenzata dalla propria carenza organizzativa e dal suo isolamento; questo sindacato non poteva contare su risorse quali il riconoscimento da parte delle imprese e dello Stato, la capacità di mobilitare e di controllare la gran parte dei lavoratori, o un ricco apparato.

Cercò quindi di necessità di massimizzare i suoi legami con il PCI, dal quale riceveva militanti, fondi, ideologia e sostegno politico. A questo fine, la CIGL doveva sottolineare la priorità dell’azione politica su quello economico-rivendicativa. I lavoratori venivano perlopiù chiamati a scioperare o a collaborare sulla base di criteri politici. (Regini 1981: p. 40)

In sostanza si assistette alla presenza di un sistema di relazioni industriali centralizzato e a predominanza politica. Il rapporto fra i sindacati e Stato negli anni ’50 si basava sull’esclusione della classe operaia dal blocco sociale che doveva gestire lo sviluppo economico; la classe dominante, dal canto suo, utilizzava gli strumenti della disoccupazione e la repressione sindacale piuttosto che perseguire improbabili progetti di patto sociale.

La compattezza del modello sindacale degli anni ’50, dal vertice alla base, va ribadita in questo senso: che la linea centralizzatrice ha profondamente conformato l’intera organizzazione, fino alle sue ramificazioni di fabbrica, rendendoli incapaci di gestire in modo diverso rispetto al centro -come sarà solo più tardi dopo il 1968- le esigenze dell’autonomia di classe. La tenuta di tale modello ha come risvolto negativo specifico la persistente marginalità della fabbrica e il distacco tra le masse e organizzazione che caratterizzerà sempre più drammaticamente il periodo, fino a tradursi su scala generale in una vera e propria “desindacalizzazione”. (Romagnoli e Treu, 1981: 48)

Il sindacato italiano era troppo debole in fabbrica e troppo ideologizzato per garantire quel quadro di consenso e di collaborazione di classe necessario a un disegno diverso, di tipo neo-corporativo. Nel caso della CIGL, le caratteristiche di sindacato di classe, la dipendenza dal PCI, e il ricordo troppo recente dell’esperienza del corporativismo fascista, escludevano di fatto un suo uso in tal senso. La CISL proponeva l’integrazione del sindacato in organismi consultivi, ma era poco rappresentativa per poter diffondere intorno a sé un disegno alternativo. In questo periodo, per l’effetto congiunto della strategia di isolamento politico della classe operaia e della forte ideologia di classe nel sindacato maggioritario, il rapporto fra sindacati e pubbliche istituzioni si caratterizza per un bassissimo livello di coinvolgimento sindacale nello Stato e di regolamentazione e istituzionalizzazione delle relazioni industriali.

Tuttavia, verso la fine degli anni ’50, le condizioni esterne cominciarono a mutare, e imposero alcune modifiche alla strategia sindacale. Come conseguenza dell’elevato tasso di sviluppo economico, la situazione del mercato del lavoro divenne più favorevole negli anni ’60 -tranne durante la recessione del 1964-65-. Crebbero gli occupati permanenti e la disoccupazione scese gradualmente, mentre sul piano politico, l’apertura a sinistra e la serie di governi di centro-sinistra crearono condizioni più favorevoli all’azione sindacale. In questo periodo aumentarono notevolmente il numero degli scioperi: nel 1962, la più grande ondata di scioperi dagli anni dell’immediato dopoguerra riuscì a conquistare sostanziosi aumenti salariali. Il tasso di iscritti ai sindacati rimase tuttavia stazionario, un sintomo delle persistenti difficoltà nei rapporti tra lavoratori e organizzazioni sindacali ancora assenti dai luoghi di lavoro, anche se la precedente tendenza al declino fu comunque arrestata. I rapporti fra CIGL e CISL divennero più stretti.

IL PERIODO 1968/1975

Il decennio aperto con l’autunno caldo fu un periodo straordinario, per parecchi anni consecutivi, con lotte intense e massicce, le rivendicazioni dei lavoratori diedero voce e sbocco a molti bisogni sociali. La sollevazione operaia giunse inattesa come la protesta studentesca del 1968. La durezza e la portata delle agitazioni del 1969 diedero inizio in vari paesi a movimenti collettivi che in Italia avviarono un vero e proprio ciclo di lotte o se si vuole, ad un ciclo di protesta. La stessa annata 1969 si contraddistinse per fatti sensazionali: si ricordano, il dilagare dei delegati di reparto e dei Consigli di fabbrica, nati spontaneamente al posto delle Commissioni interne, gloriose ma superate; il picco delle ore di sciopero mai toccato né prima né dopo; la prima dimostrazione di massa dei metallurgici a Roma; e perfino lo slogan “Agnelli-Pirelli ladri gemelli”, del tutto inedito.2

Il periodo dell’ascesa e della legittimazione era durato dall’autunno caldo del ’69 alla cosiddetta svolta dell’EUR nel 1978. Questo decennio era stato caratterizzato da lotte diffuse, intense e partecipate. Fra i sindacati vi era un’intesa mai vista: strette relazioni politiche avevano consentito di impostare strategie unitarie, che la federazione CIGL-CISL-UIL sosteneva gestendo l’azione quotidiana. I risultati conseguiti sia con gli imprenditori che con i governi erano stati notevoli […]. Tutto era stato animato da un grande fervore solidaristico, da un pronunciato classismo, da una spinta egualitaria e dall’idea-forza dell’unità sindacale. La novità più rilevante era l’impetuoso ingresso della rivendicazione e del contratto negli schemi e nella prassi dell’azione collettiva. Si erano affermati allora uno “spirito” del sindacalismo e una coscienza associativa che in Italia non avevano precedenti nell’ultimo dopoguerra. Il movimento sindacale italiano poneva finalmente le basi di quella “cittadinanza industriale” che secondo T.H. Marshall è parallela e complementare alla cittadinanza politica. Ciò aveva consentito una subitanea affermazione del “sociale”, in un paese dove tutto veniva mediato dal “politico”. (Accornero, 1992: 14-15)

L’autunno caldo del 1969 diede origine a un periodo di conflitti intensi e con caratteristiche nuove, che sarebbe durato alcuni anni; alcune di queste nuove caratteristiche scomparvero con il 1969, altre invece si consolidarono. Dal 1973 in avanti, l’azione sindacale e le relazioni industriali subirono un processo di re-istituzionalizzazione. Nel ciclo di lotte 1968/72 i mutamenti prodotti a cui si è assistito sono così profondi da rendere questo processo assai lento e contraddittorio. Il sistema di relazioni industriali degli anni ’60 ne risultò comunque trasformato in modo sostanziale e permanente. Le caratteristiche delle lotte del 1968/72 possono essere così sintetizzate: 1. molti conflitti non scaturirono dall’azione sindacale, o sfuggirono al loro controllo. Oltre agli scioperi spontanei, si ebbero rifiuti di accordi siglati dai sindacati, mentre la base spesso imponeva un irrigidimento delle lotte; 2. vennero adottate forme di lotta più radicali. Gli scioperi nel tempo e fra i reparti e il rallentamento dei ritmi vennero utilizzati come tecniche per danneggiare la produzione con minori costi per i lavoratori. In diversi casi si arrivò al blocco delle merci e anche alle occupazioni di fabbriche; 3. le rivendicazioni avanzate erano egualitarie e contro la tradizionale organizzazione del lavoro; 4. sia le forme di lotta che le domande erano altamente ideologizzate. La produzione di ideologia intorno all’attività conflittuale diede spesso luogo a comportamenti espressivi, cioè ad azioni non razionalmente rivolte a un determinato scopo, ma dirette soprattutto a rafforzare l’identità del gruppo conflittuale.3

Gli anni compresi fra il 1968 e il 1972 furono anche un periodo di crescita e di decentramento dell’organizzazione sindacale. Una nuova generazione di attivisti guidarono gli scioperi, spesso attraverso la costituzione di comitati di lotta informali. Gli attivisti erano la prima rete potenziale di rappresentanti dei lavoratori sufficientemente ampia di cui poteva disporre il sindacato in fabbrica; le organizzazioni sindacali perlopiù scelsero di cedere parte delle loro funzioni a questi attivisti di base trasformandoli in delegati di reparto e inserendoli nell’organizzazione: laddove una rete di attivisti non si era formata spontaneamente, furono gli stessi sindacati a crearla. La caratteristica distintiva di questo periodo resta l’azione sindacale pressoché continua a livello di fabbrica. Il processo di decentramento non si arrestò tuttavia di colpo, nonostante il numero di delegati di reparto e di consigli di fabbrica continuò ad aumentare per tutti gli anni ’70. Nella seconda metà degli anni ’70 si è verificato un più generale processo di ri-accentramento del potere sindacale e dell’attività contrattuale, motivo per cui in questi anni cominciano a manifestarsi tra i lavoratori diversi segni di insoddisfazione nei confronti della politica sindacale. All’interno del movimento sindacale si manifestano diverse opposizioni alle scelte compiute dalla dirigenza, vari leaders sindacali vengono contestati durante manifestazioni e assemblee. Un altro indicatore di dissenso rispetto alla linea di moderazione salariale seguita in questo periodo dal sindacato è la crescita di sindacati autonomi in diversi settori del pubblico impiego. Questo fenomeno è più preoccupante per i sindacati, sia perché coinvolge intere categorie di lavoratori (come ad es. gli ospedalieri) e non soltanto limitati e relativamente privilegiati (come i piloti d’aerei), sia perché è stata proprio la recente crescita delle iscrizioni in queste categorie a contribuire in modo decisivo al rafforzamento complessivo dell’organizzazione. Ad aggravare ulteriormente la posizione dei sindacati v’è una crescente insoddisfazione nei luoghi di lavoro con la conseguente difficoltà a reclutare nuovi attivisti e in particolare a trovare lavoratori disposti a candidarsi come delegati. Nei tardi anni ’70 si comincia a manifestarsi la crisi dei rapporti con la base, ma anche una crisi di militanza, che si riflette in difficoltà di funzionamento dei Consigli di fabbrica. Negli anni ’70, il rapporto con il governo e le istituzioni politiche assume gradualmente priorità nella strategia sindacale rispetto al rapporto con le imprese: non vi è dubbio che nei tardi anni ’70 si assista a una crescente partecipazione dei sindacati all’elaborazione delle linee di politica economica. Questa guida segnala la priorità data al rapporto col governo come via obbligata per perseguire l’obiettivo centrale dell’occupazione e dello sviluppo del Mezzogiorno; denota anche il passaggio, nella strategia sindacale, da un’impostazione vertenziale a una più cooperativa. Queste scelte hanno avuto un momento di grande risonanza e di valore emblematico nel documento autocritico dell’EUR del 1978, in cui i sindacati hanno cercato non solo di elaborare rivendicazioni coerenti con l’obiettivo prioritario dell’occupazione, ma anche di subordinare ad esso la politica salariale dell’intero movimento sindacale. Si è cercato di contrastare le forme più estreme di rigidità del lavoro, consentendo l’effettuazione di straordinari e anche una certa mobilità, e scoraggiando l’assenteismo.

Negli anni ’70, come abbiamo visto, l’azione sindacale ha attraversato fasi differenti. Negli anni fra il 1969 e il 1971/72, i sindacati hanno favorito un decentramento del potere sindacale e promosso un sostanziale ricambio dei leaders di base e degli attivisti; inoltre hanno raccolto le domande provenienti dal nucleo centrale dei lavoratori industriali (gli operai comuni), senza troppo preoccuparsi di mediarli con quelle avanzate da altri gruppi di lavoratori. A partire dal 1972 (ma in diverse aziende e settori anche assai più tardi), i sindacati hanno cercato di limitare l’azione conflittuale e la mobilitazione della base ai periodi in cui erano strettamente necessarie; hanno riaccentrato il potere nell’organizzazione incoraggiando e istituendo comitati in cui le competenze tecniche sono più importanti della capacità di guidare le lotte; hanno cercato di coordinare le rivendicazioni, attraverso una mediazione tra quelle più radicali e innovative del periodo 1968/72 e altre più tradizionali espresse da gruppi diversi di lavoratori (operai specializzati, impiegati, ecc.) o elaborate dall’apparato sindacale. Nella seconda metà degli anni ’70, si è avuto un maggiore coinvolgimento dei sindacati nella gestione del sistema industriale e nella politica statale; si è data priorità alla partecipazione alla politica economica governativa, come modo di affrontare i problemi posti dalla crisi economica, e ai diritti di informazione sulle scelte di impresa, come funzionali alla soluzione del problema dell’occupazione. Caratteristica di questo periodo è stata inoltre la prassi di moderazione salariale e l’accettazione dell’esigenza di accrescere la produttività.

I MOTIVI DELLA SVOLTA AZIENDALE

In diverse fabbriche dell’Italia settentrionale, nell’autunno 1968 e nella primavera 1969, consistenti gruppi di lavoratori danno vita ad azioni spontanee tra cui anche scioperi non controllati dal sindacato. Ciò pone al centro degli interessi del sindacato stesso quello di recuperare l’adesione della base e di riacquistare credibilità nella competizione con i gruppi extra-sindacali, che hanno promosso alcune di queste azioni spontanee. In una fase di mobilitazione diffusa e di forti spinte al rinnovamento, questo recupero non sembra possibile se non mettendosi alla testa delle lotte per guidarle e al tempo stesso favorendo un decentramento delle decisioni di base. Le principali caratteristiche dell’azione sindacale nel periodo 1960/70 sembrerebbero dunque tutte derivabili dall’esigenza di riacquistare l’adesione della base e di vincere la competizione con i gruppi extra-sindacali. Occorre ricordare che, nella situazione sindacale del 1969, l’esigenza di soddisfare il mandato di base favorendo le spinte di lotta coincide con altre esigenze organizzative: la mobilitazione operaia “guidata” serve infatti a estendere la rete di attivisti e a radicarsi in fabbrica, dove la sua organizzazione è ancora molto debole. Le esigenze politiche presenti in questi settori del movimento sembrano riconducibili principalmente a due: democrazia di base e ricomposizione della classe operaia -concepita in un primo momento come quella occupata nelle grandi fabbriche del Nord-; a ciò si associano rispettivamente la spinta al decentramento delle decisioni e delle strutture, e all’egualitarismo. Di seguito si riportano le principali esigenze poste all’organizzazione sindacale dalla sua tradizione di debolezza e dall’esistenza di una forte pressione di base nel periodo 1968-69:

  1. recuperare l’adesione della base ed eliminare la competizione dei gruppi extra-sindacali, dove si sono avuti momenti di perdita del controllo; più in generale acquisire il ruolo di rappresentante della classe operaia, dunque anche e perlopiù di quei settori fin ad allora sotto-rappresentati;

  2. costituire in fabbrica un’organizzazione capace di durare, perché radicata profondamente fra i lavoratori;

  3. riconoscere nella controparte padronale le posizioni di forza, in modo tale da guidare un’eventuale mobilitazione.

Seppur con molte differenze nel periodo 1969-70 l’azione sindacale in fabbrica presenta generalmente queste caratteristiche

  • facilita una mobilitazione diffusa e forme di lotta radicali, raccogliendo la spinta della base più attiva;

  • decentra la propria struttura e le decisioni sulla preparazione/conduzione delle vertenze;

  • stimola un ampio rinnovamento dei quadri di fabbrica e dei militanti di fabbrica;

  • trasmette le istanze dei nuclei centrali e fino ad allora più sottorappresentati della classe operaia, senza preoccuparsi troppo di mediarle con quelle del resto della base.4

Tanto più il sindacato cerca di mobilitare la base anziché frenarne la combattività, e cerca di stimolare la partecipazione attiva anche di quei gruppi di lavoratori più fuori del suo controllo, quanto più il sindacato stesso era debole e poco radicato in fabbrica, cosicché la rottura del 1968 è avvenuta per mano di avanguardie non del tutto identificate nell’organizzazione sindacale. Un sindacato che voglia favorire la mobilitazione della base rispondendo alle sue esigenze e suscitando la partecipazione attiva, deve saper democratizzare la propria struttura decentrando i livelli di decisione, e al tempo stesso saper elaborare una linea rivendicativa coerente con gli interessi dei lavoratori. Se il primo problema richiede di superare le resistenze che provengono dalla burocratizzazione dell’organizzazione, il secondo risulta essere più complesso. La discussione sindacale in quel periodo dà molta importanza al primo problema, mentre sottovaluta le difficoltà del secondo, in quanto prevale un’analisi della classe operaia come tendenzialmente omogenea, modellata sull’operaio comune della grande industria.5

Il problema viene solo momentaneamente risolto mettendo al centro dell’azione rivendicativa la condizione del cosiddetto “operaio-massa”. In particolare, nell’autunno ’70 e primavera ’71 il sindacato cercò di razionalizzare e di tradurre in una strategia rivendicativa coerente e coordinata le domande più avanzate che sono state espresse soprattutto dai giovani operai comuni. La tendenza a contestare l’organizzazione del lavoro si riscontra in una serie di lotte finalizzate all’abolizione del cottimo e alla modificazione dell’ambiente di lavoro. Si assiste, da subito, a delle conseguenze sull’organizzazione sindacale legate a questa politica “di mobilitazione”. Sul piano organizzativo essa da maggior potere agli attivisti di base e alla nuova struttura sindacale che si viene creando all’interno della fabbrica, rispetto alle strutture tradizionali, mentre sul piano politico-ideologico aumenta il potere per quelle voci che promuovono la rifondazione di un sindacato nuovo. Diversi giovani, alcuni su posizioni extra-parlamentari e comunque più combattive e maggiormente favorevoli a un decentramento, vengono eletti informalmente delegati durante l’autunno caldo, e successivamente nei primi Consigli di Fabbrica nel corso del 1970. Il sindacato riesce a radicarsi organizzativamente in fabbrica mediante l’aumento dei suoi attivisti e alla formazione della prima struttura unitaria sindacale, il Consiglio di Fabbrica. La conquista del riconoscimento della controparte, vede costretta quest’ultima ad accettare una contrattazione aziendale praticamente senza vincoli e su ogni aspetto del rapporto di lavoro, e di seguito a riconoscere i Consigli di Fabbrica o le rappresentanze previste dallo Statuto dei lavoratori. Non da meno, il sindacato riesce a recuperare il controllo sulla base dove questo era in pericolo, e a eliminare la competizione dei gruppi extrasindacali.

L’autunno caldo riesce per questi motivi a essere il primo momento di recupero generalizzato dell’adesione della base, e di controllo sindacale. In larga misura questo recupero avviene senza mortificare la spinta delle avanguardie. Il decentramento e l’articolazione nella gestione degli scioperi, il largo spazio lasciato all’invenzione di nuovi metodi di lotta e di forme espressive caratterizzano l’azione sindacale in quel periodo. Queste forme di lotta sono capaci di mobilitare la base, di stimolare la partecipazione diretta, e al tempo stesso di mostrare la necessità del coordinamento in modi meno burocratici, cioè -come si dice in gergo sindacale- di “far crescere politicamente” una rete di attivisti. (Regini, 1981: 72-73)

L’eccesso di attivismo provocato dalla mobilitazione contrattuale fa sì che in molti casi si manifestino spinte ad andare oltre le indicazioni sindacali per quanto riguarda le forme di lotta.

Gli obiettivi che l’organizzazione sindacale si proponeva, favorendo la mobilitazione della base e rinnovando la propria struttura e la sua azione, vengono gradualmente raggiunti, sia pure in modo parziale e con le inevitabili differenze e contraddizioni. Il primo fattore che spiega il lento mutamento della strategia sindacale è, dunque, l’esaurirsi di quelle esigenze organizzative che avevano spinto il sindacato a mobilitare la base e a decentrarsi. Un fattore che viene curiosamente trascurato nelle analisi e nelle valutazioni politiche dell’azione sindacale. Di certo esso non può spiegare da solo il mutamento dell’azione sindacale, in quanto ciò si avviene attraverso il minor numero di contrasti interni quando non solo appare difficile ottenere ulteriori vantaggi organizzativi radicalizzando la propria azione, ma contemporaneamente si concretizzano conseguenze negative non previste dell’azione precedente, che fanno prevalere nuove esigenze all’interno dell’organizzazione. Le conseguenze maggiormente rilevanti appaiono come le seguenti:

  • una reazione padronale, economica, e politica, molto più dura che nella fase iniziale del ciclo. Non possiamo analizzare qui avvenimenti quali l’accresciuta intransigenza padronale, la crisi economica, e la svolta politica a destra, che si verificano nel 1971-72.

  • una reazione di quei gruppi di lavoratori, dentro e fuori delle grandi fabbriche, meno beneficiati dalla nuova linea rivendicativa, o più emarginati dal nuovo sistema di rappresentanza. Si ricorda lo shock provocato nel movimento operaio dalla rivolta di Reggio Calabria, sintomatica di una più diffusa e sorda opposizione alle conquiste sindacali da parte di vasti strati di lavoratori sottoccupati e semioccupati, specialmente nel Mezzogiorno. Anche nelle fabbriche comincia a manifestarsi l’insoddisfazione di numerosi gruppi di lavoratori della politica rivendicativa del sindacato. Succede che molti impiegati non partecipano più agli scioperi, e spesso sono gli artifici di controscioperi. Alcuni gruppi di operai specializzati o non di produzione si mostrano insoddisfatti del sistema di relazioni industriali che si va delineando, in cui i loro interessi minoritari sono poco rappresentati centralmente, mentre vengono chiusi i vecchi canali della costruzione individuale. Avanzano critiche nel corso delle assemblee, o partecipano poco alle lotte, o danno vita a scioperi di reparto.

  • una reazione di diversi settori dell’organizzazione sindacale (e del PCI) alla linea di democratizzazione e di decentramento dell’azione sindacale. A partire dall’autunno 1970, molti dei quadri sindacali tradizionali si oppongono con forza all’ipotesi di trasferire tutto il potere in azienda ai neo-costituiti Consigli di Fabbrica. Finché i nuovi attivisti emersi nel periodo 1968-70 limitano il proprio ruolo a quello di leaders informali delle lotte, la vecchia guardia sindacale è costretta ad accettare questa situazione. Nel momento in cui si arriva a intaccare il loro monopolio dell’attività negoziale affidandola interamente ai Consigli di Fabbrica, la reazione si manifesta con maggior forza.6

ELEMENTI DI TRASFORMAZIONE NEL BIENNIO 1971-72

I fattori sopra elencati portano a un mutamento dell’azione sindacale, in alcuni casi radicale, più spesso graduale, ma comunque rivolto a un riassestamento delle relazioni industriali dopo la svolta del ’69. Questo riassestamento è stato tutt’altro che facile, e solo verso la fine degli anni Settanta ha assunto contorni più definiti. Tuttavia, per ciò che riguarda i rapporti in azienda, alcuni tratti delle trasformazioni successive si manifestano già nel 1971-72. In questo periodo, in molte aziende precedentemente più conflittuali non si verifica alcuna vertenza aziendale. Anziché le lotte, il sindacato cerca di ottenere una serie di benefici attraverso un’attività negoziale minuta e talvolta costante, o tramite il lavoro di commissioni tecniche che dovrebbero individuare problemi generali e proporre soluzioni. Capita che in alcuni casi, di fronte ad un’accresciuta intransigenza padronale, si attivano lotte di rilievo. I periodo di lotta. in queste aziende, accuratamente preparati al centro e fortemente controllati, rimangono però momenti isolati in un clima che non è più quello di mobilitazione diffusa e pressoché costante del 1969-70. Si assiste ad una generale razionalizzazione delle conflittualità.

Un altro fattore importante che si manifesta durante questo periodo è il riaccentramento delle decisioni e delle attività sindacale. Le relazioni industriali si caratterizzano per una contrattazione minuta e continua e la sua tecnicizzazione, nelle quali il Consiglio di Fabbrica -spesso con l’assistenza del sindacato esterno- svolge questa attività in modo quasi del tutto totalizzante. Questo organismo sottrae di fatto ogni potere decisionale ai delegati e alle assemblee, i quali vengono sempre più usati come strumenti di informazione e di ratifica delle decisioni già prese.

Dalla necessità oggettiva di coordinare il movimento di lotta nasce dunque una scelta organizzativa che sottrae alla base e ai delegati il potere di gestire le lotte, accentrandolo e spostandolo fuori dalla fabbrica. (Regini, 1981: pag. 82)

Nel 1969-70 il sindacato ha costruito una struttura volta a promuovere una politica rivendicativa partendo dalla domanda proveniente dai settori centrali della classe operaia (gli operai comuni), tradotta in sostanza attraverso rivendicazioni semplici e direttamente controllabili dal basso, tentativo di assemblare le diverse spinte dal basso verso le istanze delle avanguardie. L’azione del sindacato si tramutò nella coordinazione e nella mediazione delle diverse richieste tramite una contrattazione condotta per reparto o per gruppo di lavoro, in modo tale di adattare la politica rivendicativa generale alla situazione specifica. Oppure mediante l’elaborazione di “piattaforme fiume”, in cui si includono tutte le specifiche richieste espresse dai diversi gruppi di lavoratori, o ancora l’insistenza su rivendicazioni salariali generali (come ad esempio il premio produzione), che rappresentano i principi di interesse di tutti i lavoratori dell’azienda. La contrapposizione dell’interesse generale della classe operaia agli interessi corporativi dei singoli gruppi di lavoratori serve ad una ripoliticizzazione in senso tradizionale dell’azione sindacale. Accanto al riaccentramento dell’attività sindacale e alla coordinazione delle diverse domande in azienda accade che vi sia di fatto una subordinazione dell’azione sindacale di fabbrica a quella della società. Se inizialmente la spinta a lottare per obiettivi sociali sembra venire soprattutto dai quadri del PCI e dalla FIOM e assumere connotati di sinistra, le Confederazioni vi vedono immediatamente lo strumento per canalizzare il movimento di lotta verso obiettivi più generali, che valorizzano il proprio ruolo di partner contrattuale del governo, e consentono di lanciare accuse di aziendalismo alle lotte di fabbrica. In questa fase gli scioperi generali sui problemi economici, sul Mezzogiorno, delle riforme, sembrano più avere come unica funzione quella di una pressione generica tesa a favorire l’azione parlamentare della sinistra su questi temi. Attraverso la razionalizzazione della conflittualità, il riaccentramento e la ripoliticizzazione dell’azione sindacale, il coordinamento e la mediazione fra diverse domande, si esprime tramite il prevalere di posizioni sindacali più moderate.

NUOVE RIVENDICAZIONI: EGUALITARISMO, ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO, RIFORME

Gli obiettivi che il sindacato cerca di perseguire e i modi in cui li persegue costituiscono l’anima della sua azione. Da essi dipendono le alleanze che stabilisce, le tensioni che si creano all’interno dell’organizzazione sindacale, la capacità di ottenere successi e di rafforzare l’organizzazione. Abbiamo già detto di come tra la fine del 1968 e l’autunno caldo del ’69 si sviluppa un movimento di lotte che impone una profonda svolta all’azione sindacale. Gli obiettivi delle lotte cambiano, spesso sovvertendo radicalmente le impostazioni sindacali tradizionali, tuttavia non possiamo parlare in questi anni di una nuova strategia rivendicativa organica del movimento sindacale, ma piuttosto dell’emergere di nuove domande, spesso nate in modo spontanee o comunque non legate da un disegno preciso. Le domande nuove nascono spontaneamente dai bisogni di certi gruppi operai, ma è il sindacato a tradurle successivamente in una strategia rivendicativa organica e di ampio respiro. Dall’incontro tra domande di base e strategia sindacale si delineano le due tendenze principali di rinnovamento della politica rivendicativa: cioè la tendenza egualitaria e quella di controllo dell’organizzazione del lavoro. Accanto a queste due tendenze dell’azione rivendicativa a livello di fabbrica e di settore, se ne afferma una a livello nazionale o territoriale, che ha come controparte i poteri pubblici, una tendenza dunque ad avanzare obiettivi di natura sociale e di politica economica. La riduzione dell’orario di lavoro continua a venir perseguita a livello nazionale di categoria, mentre a livello di azienda c’è una progressiva tendenza a chiederne un’applicazione più rigida che in passato. Si cerca di evitare che essa venga ridotta a possibilità di maggiori straordinari e quindi guadagni, ma che divenga piuttosto uno strumento per l’aumento dell’occupazione. Inoltre le domande relative ai diritti e ai poteri sindacali continuano a essere presenti sia a livello di fabbrica che a livello nazionale: le principali conquiste riguardano il diritto di assemblea in fabbrica, e il riconoscimento del potere di contrattazione aziendale alle nuove forme sindacali di azienda, ovvero i Consigli.

Una forte tensione egualitaria tende a manifestarsi nel biennio 1968-69, e a ridefinire i rapporti salariali e professionali tra i lavoratori occupati in una stessa azienda con il sindacato che sostanzialmente accetta questa linea. Diverse interpretazioni sono emerse relativamente alle intenzioni e alle motivazioni che spingono i soggetti a proporre o accettare rivendicazioni egualitarie. Pertanto la richiesta di aumenti uguali, per tutti quei gruppi di lavoratori tra i quali si diffonde, porta a differenti significati. I settori sindacali che vogliono sminuire la portata di questa rivendicazione le attribuiscono un significato di semplice reazione a una politica aziendale che aveva accresciuto i differenziali salariali oltre misura, ovvero oltre oggettive differenze di valore professionale tra i lavoratori. Accanto a questa interpretazione se ne affaccia una di significati solidaristici: lottiamo allo stesso modo e quindi dobbiamo avere gli stessi vantaggi; tutti abbiamo gli stessi bisogni; è giusto dare di più a chi ha di meno e viceversa. Altri considerano questa richiesta, invece, come indicatore di un rifiuto da parte degli operai comuni del sistema gerarchico delle qualifiche, basato sul criterio di una professionalità che la moderna organizzazione del lavoro non consente loro di raggiungere. Quali possono essere le intenzioni e le motivazioni del sindacato per accettare le richieste egualitarie che capovolgono il suo modello tradizionale? Al sindacato serve innanzitutto dare maggiori vantaggi ai gruppi di lavoratori più sfavoriti, per legittimarsi come rappresentante generale della classe operaia, e non esclusivamente, quindi, dei gruppi considerati forti in senso tradizionale. In una prospettiva di mobilitazione, il sindacato ha bisogno anche di eliminare le divisioni più arbitrarie fra i lavoratori (es. la 4a e la 5a categoria). Naturalmente qui finiscono gli interessi comuni a tutti i settori del sindacato.

La CIGL non può infatti contrapporsi troppo agli interessi dei suoi quadri e della sua base più militante, cioè gli operai qualificati e specializzati. Rifiuta i passaggi automatici di categoria in massa, che sono in contraddizione con la sua tradizionale difesa del valore professionale dei lavoratori. La CISL, che è molto più debole e cerca di ritagliarsi un suo spazio fra la massa di operai comuni non ancora sindacalizzati, in competizione con la CIGL, si fa portavoce delle nuove domande con minori tentativi di mediazione. Nella prassi tende ad appoggiare l’automatismo piuttosto che la professionalità come criterio per il passaggio di categoria.

Dalla fine del 1970 in poi emerge progressivamente un nuovo obiettivo, ovvero l’inquadramento unico (IU) operai-impiegati. Questa rivendicazione viene elaborata dal vertice e rappresenta l’esito del dibattito sull’egualitarismo e al tempo stesso di quello sul mutamento dell’organizzazione del lavoro. Essa viene accettata da tutti i settori del sindacato ed è la risposta che più rappresenta la mediazione tra l’egualitarismo radicale e la linea di difesa della professionalità. Questa strategia consente di recuperare la reazione e l’insofferenza verso le rivendicazioni egualitarie mostrata dagli operai specializzati in diverse aziende nei primi anni ’70, ma anche razionalizzare e controllare la struttura retributiva, sottraendo anche margini di paternalismo padronale nei confronti degli impiegati. Inoltre con questa linea d’azione si ritiene possibile coordinare la contrattazione aziendale prefigurandone i temi futuri che dovranno riguardare i modi di applicazione dell’IU e, non da ultimo, valorizzare le competenze tecniche dei funzionari sindacali poiché si tratta di una richiesta assai complessa.

La tendenza egualitaria nasce da una forte spinta di base e viene successivamente elaborata dal sindacato. Nella lotta contro l’organizzazione del lavoro è decisivo sin dall’inizio il momento della riflessione intellettuale e ideologica. Le rivendicazioni relative all’organizzazione del lavoro non sono ridotte meramente a obiettivi già da tempo conquistati dai sindacati di altri paesi industrializzati avanzati – o promossi nientedimeno dal padronato, ma rappresentano richieste che traducono ambizioni ben maggiori. Esprimono una linea originale di lotta chiaramente anticapitalista benché condotta con metodi sindacali. Le origini di lotta contro l’organizzazione del lavoro sono molteplici. Taluni gruppi politici marxisti, dissidenti rispetto alle posizioni del movimento operaio italiano, già da alcuni anni prima del 1968 avevano individuato nell’organizzazione in fabbrica non un semplice riflesso dei livelli tecnologici, ma l’espressione tangibile dei rapporti di potere tra classe operaia e padronato. Per usare il vocabolario marxista, le forze produttive -tra cui rientrano tecnologia e organizzazione del lavoro- non sono neutre, ma influenzate esse stesse dai rapporti di produzione esistenti. Da qui nasce la necessità di una lotta contro l’organizzazione del lavoro che, seppur condotta attraverso metodi sindacali, non avrebbe potuto limitarsi a rivendicare un miglioramento delle condizioni di lavoro, ma avrebbe contribuito a demistificare la neutralità della tecnologia e a far assumere contenuti di potere, cioè un aspetto politico, alla lotta di fabbrica. Nei primi anni ’70, i sindacati metalmeccanici in particolare fanno della lotta contro l’organizzazione del lavoro il centro della propria azione rivendicativa in fabbrica, tradotte in incentivazioni, ritmi troppo elevati, condizioni di lavoro nocive o pericolose e struttura gerarchica. Il sindacato traduce così il rifiuto operaio di certi aspetti dell’organizzazione in rivendicazioni precise e radicali, anche se non ancora in una strategia organica. Queste rivendicazioni sono legate tra loro mediante un elemento comune, la contrapposizione di un autonomia delle esigenze operaie rispetto alle esigenze della produttività, tuttavia la strategia di lotta risulta astratta  finché non affronta il problema del “per che cosa” si lotta. A questo problema esistevano due risposte, due proposte principali che sorgevano dal dibattito fuori e dentro il sindacato e che si ricollegavano alle elaborazioni ideologiche precedenti lotte: lottare per un’organizzazione del lavoro alternativa, meno alienante; o per un potere di controllo sull’organizzazione del lavoro esistente. L’azione sindacale nei primi anni ’70 sperimenta diverse soluzioni, che si avvicinano più o meno a queste proposte. I) Il potere diretto della base di controllare l’organizzazione del lavoro non si traduce in rivendicazioni formali, sono piuttosto i rapporti di forza nelle grandi fabbriche a favore dei lavoratori a esercitarsi continuamente come prassi quotidiana; II) nelle rivendicazioni esplicite si ricerca innanzitutto un’estensione del potere di controllo sull’organizzazione del lavoro da parte dei rappresentanti dei lavoratori; III) accanto alla strada dei diritti di controllo, il sindacato comincia a percorrere anche quella, assai più ambigua, della lotta per un’organizzazione del lavoro alternativa. In questi anni si discute molto in Italia sulla necessità di “superamento del taylorismo”, di “modo più umano di produrre”, o di “nuovo modo di fare l’automobile”. Attraverso questi slogans, le tematiche della sinistra sindacale vengono recuperate anche da settori più moderati. L’organizzazione del lavoro alternativa viene intesa come una serie di modifiche al modo di lavorare in fabbrica, quali la rotazione, l’allargamento e arricchimento delle mansioni, il lavoro di gruppo.

La crisi economica degli anni ’70 fa cambiare il quadro in cui era stata portata avanti la lotta contro l’organizzazione del lavoro. l’inflazione riportò i livelli salariali al centro della domanda di base -proprio mentre la crisi costringeva le organizzazioni sindacali a moderare le richieste. Le minacce all’occupazione costringono il movimento operaio a passare dall’attacco alla difesa. Le domande si spostano allora sulla garanzia del salario, sul controllo dei processi di ristrutturazione, sul controllo della mobilità. Inoltre ci si comincia a rendere conto che una delle principali risposte padronali all’aumento del potere sindacale è quella di decentrare il lavoro fuori dalla fabbrica, utilizzando lavoro in appalto, a domicilio, in piccole imprese. sono una serie di obiettivi sociali e di politica economica che hanno avuto un ruolo molto importante nella strategia complessiva del sindacato italiano. Sono tutti obiettivi che non riguardano direttamente il rapporto di lavoro nell’azienda, ma la situazione dei lavoratori nel sistema economico, sociale e politico. Queste rivendicazioni hanno come non tanto le imprese (benché anch’esse coinvolte), ma i cosiddetti poteri pubblici -in primo luogo il governo-. Questi obiettivi nascono più dalla strategia dell’organizzazione sindacale che da una diretta spinta di base. Nel 1969 con gli scioperi sul problema della casa si registra una grande partecipazione di base che da il via alla stagione della “lotta per le riforme”. Si cerca di canalizzare la mobilitazione operaia anche all’esterno della fabbrica, verso lotte e obiettivi sociali. Questa scelta è possibile spiegarla attraverso diversi fattori: da una parte le profonde spaccature economiche e sociali scaturite da uno sviluppo capitalistico accelerato e incontrollato, dall’altra la tradizionale politicizzazione del sindacato italiano -che è sempre stato molto attento ai problemi dello sviluppo economico e sociale più che alle condizioni dei lavoratori occupati- sono le ragioni principali di questa azione. Dal 1969 si aggiungono fattori nuovi come la forte crescita del potere sindacale in presenza di una crisi della capacità di iniziativa e di mobilitazione dei partiti, la necessità di salvaguardare le stesse conquiste ottenute in fabbrica, la volontà delle confederazioni di reagire alle tendenze centrifughe e di riunificare a livello nazionale le varie istanze. Tra il 1970 e il 1971 i sindacati chiedono al governo una riforma della casa, del sistema sanitario, della scuola, dei trasporti, del sistema fiscale e sono sostenuti da scioperi generali articolati per zona. da incontri con i partiti, in primis da frequenti incontri con il governo. I risultati sono però deludenti, se si esclude una legge sulla casa -peraltro non particolarmente avanzata- e alcune promesse sul sistema sanitario. Come per la lotta a livello aziendale contro l’organizzazione del lavoro, è però il mutamento della situazione economica che costringe l’azione delle confederazioni verso il governo a mutare i propri obiettivi. Nell’autunno del ’74 le confederazioni danno vita a una vertenza in cui si chiede la difesa dei redditi più bassi e il salario garantito. Ma nel 1975 il tema di fondo torna ad essere quello della politica economica del governo, e le protagoniste sono sempre le confederazioni. Il sindacato diventa il punto di riferimento e il portavoce non solo dei lavoratori, ma di tutta quella parte dell’opinione pubblica che chiede di affrontare la crisi salvaguardando anzitutto i livelli occupazionali e rilanciando la produzione mediante investimenti al Mezzogiorno e una profonda riconversione industriale. Su questi temi il sindacato ha cercato di legittimarsi come il rappresentante del popolo, e non solo sulla propria base istituzionale. I risultati delle sue pressioni tuttavia continuano ad essere assai modeste. Questi esiti incerti costituiscono uno dei problemi maggiori lasciati in eredità agli anni ’80. Si osserva come il passaggio dalla logica delle riforme a quella della nuova politica economica rappresenti un momento determinante per l’immediato futuro dell’azione sindacale in Italia. La prima era una logica offensiva, di uso della forza da parte del movimento operaio in fabbrica per tentare mutamenti nella società. Ma è rimasta una strategia innovativa soltanto nelle intenzioni di alcuni settori del sindacato. La seconda, invece, era in una certa misura figlia della crisi, nel senso che consisteva innanzitutto nella difesa a livello di sistema economico e politico di ciò che non era più difendibile a livello di singola fabbrica, ovvero l’occupazione e il potere d’acquisto dei salari. In questo caso il riaccentramento  e il coordinamento dell’azione rivendicativa da parte delle confederazioni non si presentano più come scelta politica, bensì come necessità. Questo strategia ha provocato maggiori difficoltà negli altri settori del sindacato a imporre un’azione rivendicativa più radicale. Inoltre, l’urgenza della crisi rende alcuni obiettivi tra loro contraddittori, come ad esempio, lottare al mantenimento dell’occupazione in aziende del Nord in crisi e, contemporaneamente, chiedere loro di effettuare investimenti nel Mezzogiorno.

CONCLUSIONI

A partire dall’autunno del 1969 in Italia si assiste ad una serie di lotte sindacali operaie. La grande mobilitazione sindacale, figlia del clima politico del Sessantotto, viene determinata dalla scadenza triennale dei contratti di lavoro, in particolar modo relativi alla categoria dei metalmeccanici. In questo periodo le rivendicazioni salariali spontanee nelle grandi fabbriche del Nord vanno di pari passo alle agitazioni studentesche che reclamano un generalizzato diritto allo studio per tutti gli strati sociali. L’azione combinata del movimento degli studenti e degli operai costrinse il sindacato a recuperare la testa del movimento di natura spontanea che prediligeva il proliferare dei delegati sindacali e dei Consigli di fabbrica. I rapporti di forza, le tecniche di sciopero, l’astensione dal lavoro e dallo studio, le occupazioni di fabbriche e scuole coordinate da una nuova coscienza politica e partecipativa permise di formalizzare negli anni successivi conquiste sociali di rilievo, prima fra tutte lo Statuto dei lavoratori.

Lo Statuto dei lavoratori – che fu senz’altro il provvedimento più significativo dopo la Costituzione della Repubblica – segnò un passaggio decisivo della storia italiana recente. Fu un traguardo e un punto di partenza. A lungo in fabbrica aveva regnato “il bastone”. Già negli anni sessanta, però, la reazione del sindacato fu forte ed ebbe il suo culmine con le lotte dell’autunno caldo. Con l’idea di una legislazione statutaria a tutela dei lavoratori, si alluse così esplicitamente all’ingresso della Costituzione oltre i cancelli delle fabbriche. Vi furono alcuni tentennamenti; ma presto la linea fece breccia sul versante istituzionale. In quegli stessi anni, d’altra parte, si rinforzò l’idea di costruire norme promozionali dell’azione sindacale nei luoghi di lavoro con l’obiettivo di sostenere il dialogo tra gli attori del sistema di relazioni industriali. Vi furono oscillazioni, ma anche qui giunse il supporto della classe politica e fu notevole, in particolare, il ruolo dei due ministri del lavoro del tempo: prima Brodolini e poi Donat-Cattin.

Tra quanti diedero il loro contributo alla progettazione della legge, vale ricordare sempre il ruolo svolto da Gino Giugni e della Commissione di cui fu presidente; una Commissione di cui fecero parte personaggi di notevole calibro, scelti più per i meriti scientifici che per la appartenenza politica. Scontato l’iter parlamentare, la mano di quei giuristi si vede bene ancora oggi. Si è ripetuto spesso che la legge non era un prodotto perfetto di tecnica legislativa. A distanza di quarant’anni, forse, si può dire che lo Statuto fu invece una legge “benfatta”.

Certo, lo Statuto fu adottato sia per tutelare i singoli lavoratori che per sostenere il sindacato maggioritario, quello confederale, con l’obiettivo di lasciare ai margini le pressioni dell’autonomia e del movimento. […] Se tutto questo non può essere dimenticato, occorre altresì serenamente ammettere che lo Statuto dei lavoratori mostra i segni inesorabili del tempo. Del resto, non è mai stato un codice del lavoro, né una legislazione organica del diritto del lavoro. Si toccavano allora solo alcuni profili del mondo del lavoro, riferiti alle incertezze del mondo di allora. Rispetto alla struttura, alla tecnica normativa e alla sostanza delle norme, il valore della legge n. 300 è stato specialmente l’effettività, la capacità di risolvere problemi concreti: lo Statuto dei lavoratori si appoggiava con forza all’esterno, cioè sul modello sindacale che l’autonomia sociale esprimeva allora spontaneamente.

Per tutto questo si dovrebbe con maggiore semplicità riconoscere che la disciplina statutaria non era allora, né dovrebbe considerarsi oggi, pervasa da aloni mistici o simbolici. I fenomeni economici del nostro tempo mostrano che il mondo è cambiato. Basti riflettere sulle forme del decentramento, sull’esplosione del lavoro autonomo, sui percorsi dell’integrazione europea o sulle prassi dell’economia globale.

Il sistema protettivo del lavoro andrebbe così ripensato e nel complesso ricostruito. […] Così, anche per il sindacato è poco utile difendere il passato. Il punto sarebbe invece promuovere nuove scelte di tutela, per ritrovare la capacità di pensare pragmaticamente all’unità, per rinvigorire quelle spinte che lo portarono – con la lunga stagione statutaria – ad assumere importanti responsabilità nel rinnovamento istituzionale del paese. (Salomone, 2010)

L’autunno caldo è anche la culla di molte nuove formazioni politiche extraparlamentari che negli anni successivi preciseranno differenti strategie di antagonismo teorico e pratico che copriranno l’arco delle iniziative sociali dal riformismo al terrorismo. Sul piano del diritto del lavoro le rivendicazioni e le pressioni dell’autunno caldo costrinsero lo Stato ad uscire dalla fase di astensionismo legislativo che aveva caratterizzato il secondo dopoguerra con l’approvazione della legge n° 300 del 20 maggio 1970, meglio nota come Statuto dei Lavoratori.

BIBLIOGRAFIA

Regini, M. (1981), I dilemmi del sindacato, ed. Il Mulino, Bologna.

Romagnoli, U. e Treu, T. (1981), I sindacati in Italia dal ’45 a oggi, storia di una strategia (1977), ed. Il Mulino, Bologna.

Accornero, A. (1992), La parabola del sindacato, ed. Il Mulino, Bologna.

Salomone, R. (2010) Unitn periodico, anno XII n° 115, Università degli studi di Trento

1 Regini (1981, pag. 37)

2 Accornero (1992, pag. 47)

3 Regini (1981, pagg. 45-46)

4 Regini (1981, pagg. 66-67)

5 ibid. (pag. 68)

6 Regini (1981, pagg. 76-77)

MAGISTERMATTE

Ho avuto una vita rocambolesca, è impossibile descriverla in poche righe. Fin da quando ero bambino il mio temperamento irriflessivo mi ha causato un sacco di guai. Ero refrattario alle regole e mi rendevo protagonista di gesti sostanzialmente irragionevoli, dettati perlopiù dalla mia innaturata sconsideratezza. Nel baillame degli anni a venire mi avvicinavo sempre più a quel mondo di gente sconclusionata, uno strambo campionario di tossicomani della peggior risma, ubriaconi puzzolenti, artisti squattrinati, geni incompresi, avvocati deliranti, psicopatici, studenti ripetenti, cialtroni. Sono caduto per la via annusando da vicino e toccando con mano i sotterranei dell’esistenza. Guardare le cose dal fondo, da ultimo, con leggerezza, può riservare sorprese. Mi sono rialzato. Desideravo da molto tempo avere uno spazio dove esprimermi e dare libero sfogo alla mia spiccata e incontenibile curiosità verso le cose della vita. Di seguito trovate le mie impressioni. Chiunque ritiene di avere bisogno, anche solo parzialmente, di questa mia misera produzione intellettuale può saccheggiare liberamente con il mio consenso. Scrivo per soddisfare essenzialmente un piacere personale, poiché mi fa sentire sereno, in pace.